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Emerald Fennell è una regista inglese che nasce come attrice e poi fa un film – visto ieri sera al cinema – nominato agli Oscar sia per la migliore regia che per la migliore sceneggiatura originale. Il film s’intitola “Una donna promettente”, ma se vi aspettate il panegirico del femminile non andate a vederlo: pur trattando del tema del consenso femminile al rapporto sessuale non è lavorato in maniera né apodittica né ovvia. Al contrario, fa discutere come dovrebbe fare ogni buon film e ogni buon romanzo che deve avere in pancia non una tesi ma un problema, un trauma che non si risolve in una fine lieta e bugiarda. Infatti, il film prende la sua luce proprio dal finale duro, precisamente quello che molti le hanno contestato, quello che invece è il suo valore e che illumina l’impossibilità a romanticizzare sia nelle relazioni uomo-donna che in quelle donna-donna. Qui sta, a mio parere, la cifra del film, in un finale traumatico e necessario. Necessario a cosa? A due questioni: la prima a che nessuno dimentichi l’abissalità cui possono portare le relazioni di tipo sororale tra amiche. E la seconda a che nessuna delle nostre ragazze pensi che la vendetta sia una soluzione: far da sé non è vittorioso, per quanto la finezza dell’intelligenza dei sipari e dei piani che la protagonista pone in essere possa spingere all’identificazione. Un noir elegantissimo e raffinato.
Da non perdere.

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