Categoria: Riflessioni Brevi

Le basi di un soggetto, così come le basi di una comunità, si fondano sulla divergenza, sulla disobbedienza. Come riteneva Hannah Arendt, se si guarda alla disobbedienza civile come «espressione di un’azione politica, essa diventa una valvola di sicurezza nei momenti in cui le stesse istituzioni fanno naufragio». La disobbedienza civile è la riattivazione del contratto sociale istituito tra gli uomini, quando esso si sta smarrendo.
Questo è quanto ho scritto in Troppa famiglia fa male, per cui quando stamattina sento un giornalista de Il Tempo incitare alla disobbedienza civile che, nella sua oscura visione, dovrebbe servire a ricongiungere a Natale i genitori coi figli adulti, penso che se anche avesse letto la Arendt di certo non l’ha capita. Non è che possiamo pensare che quando le istituzioni ci dicono qualcosa che non ci garba – e per alcuni buoni motivi che riguardano i contagi e i morti -, stanno per questo facendo naufragio. Questa miopia ha un nome, si chiama “familismo amorale”, come direbbe Edward Banfield, e cioè il «massimizzare i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare» a discapito del legame sociale. Tra parentesi, è proprio questo atteggiamento – la famiglia prima della società – che, secondo Banfield, starebbe alla base del consenso del popolo italiano al fascismo.
Orsù, piantiamola di fare i bambini: il Natale è una festa dell’infanzia e ora ci è chiesto di essere uomini e donne, cioè di non metterci nel posto dei figli bisognosi di coccole natalizie, ma in quello di chi protegge i figli.
E i vecchi.
Sveglia!

Riflessioni Brevi

Vorrei fare un appello alle famiglie che, per le festività natalizie, stanno richiamando a gran voce i loro figli che vivono, studiano e lavorano in altri luoghi e che quindi si stanno affannando a comprare i biglietti di viaggio prima del 19 dicembre, riempiendo, al massimo consentito, i treni. Mi chiedo perché sia così difficile compiere un atto che permetterebbe al paese di non peggiorare il disastro che già c’è. Forse quest’anno si dovrebbe rinunciare a vedere la famiglia anche se non la si vede da mesi. Possiamo chiamarla frustrazione etica.
Quale sarà il costo di una tale incapacità a una rinuncia che, al contrario, sarebbe dovuta sia agli altri cittadini che ai propri familiari ?
Anche questo è allevare cittadini-bambini.
Anche questo è plusmaterno

Riflessioni Brevi

Così come non possono entrare in classe, ugualmente non possono entrare in DAD. Anche se non fanno niente, la loro stessa presenza è una violazione di legge.
Se poi un genitore si lamenta col dirigente per qualcosa che ha ascoltato in DAD, il dirigente deve informarlo delle sue violazioni e non tenere conto di quanto lamenta.
L’essere in DAD non invitato è un reato informatico (c’è un articolo di legge specifico) con abuso nell’accesso al sistema, reato di diffusione dei codici e violazione delle comunicazioni telematiche.
Dunque, o presidi, andate a caccia di questi codici di legge, che esistono forti e chiari, e con tale decalogo armati garantite la serenità didattica ai vostri studenti.
La registrazione poi di quanto avviene in DAD da parte di un genitore costituisce un aggravante nella violazione delle precedenti norme. Informateli con circolari chiare e se vi sono trasgressioni potete comminare, intanto, una sanzione immediata : si toglie un punto di condotta al loro iperprotetto pargolo, prima di provvedere in altri più specifici modi.
Se troppa famiglia fa male, a scuola è letale.
Conosco dirigenti (molto amati) che quelle leggi sanno fare rispettare, con gentilezza e fermezza.
Conosco mamme che, per lasciare libera la casa ai figli in DAD, hanno ripreso attività e hobby propri: invece del godimento improprio di sgrufolare nella vita del figlio, si sono concesse godimenti propri (compresi quelli di allacciare o riallacciare relazioni amantifere).
Un Evviva a queste mamme!

Riflessioni Brevi

Video recensione di Quando tutto è detto di Anne Griffin, Atlantide Edizioni e di La madre assassina di Ermanno Cavazzoni, La Nave di Teseo

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Riflessioni Brevi

Avevo registrato l’assegnazione per il Premio Nobel per la Fisica alla Andrea Ghez, insieme a Reinhard Genzel e Roger Penrose, per i loro studi sui buchi neri, con naturalezza. Mi sembrava del tutto ovvio che ci fosse anche una donna in un team che dimostra il buco nero al centro della Via Lattea [e come non poteva esserci?😂]
Insomma, che ci fosse anche una donna mi pareva ovvio. Nulla di particolare da sottolineare nella mia mente.
Ma poi ci hanno voluto informare che la Ghez è mamma e sportiva, nuotatrice per l’esattezza.
E cosa sappiano delle paternità di Penrose e Genzel? Mah, un piccolo buco nero…
Del Penrose sappiamo che ha ribattezzato l’universo in “multiverso” – e ciò ci piace molto, dato che l’Uno ha sempre un tratto totalitario – e che inventa giochi matematici (bello!). È un genio poliedrico, come dice Rovelli, indipendente nel modo di pensare e lontano dai gruppi di potere.
Mi piace questo Penrose!
Contenta che gli abbiano dato il 50% del Nobel (500 mila euro circa)
L’altro 50% è diviso tra il Genzel e la mamma nuotatrice Ghez.
Ghez e Genzel hanno lavorato insieme all’osservazione del buco nero scoperto da Einstein e dimostrato da Hawking e Penrose.
Del Genzel sappiamo che è un astronomo infrarosso, nel senso che ha inventato strumenti per dimostrare scoperte straordinarie che l’occhio non vedrebbe, dato che l’infrarosso cade fuori dallo spettro di luce visibile all’uomo.
Lunga descrizione anche per lui su Wikipedia, così come per Penrose.
Nel brevissimo Wikipedia della Ghez troviamo, al terzo punto, il paragrafo “Vita privata” – che non c’è per gli altri due – nel quale abbiamo nome e professione del marito (un geologo) e numero di figli (due).
Ah sì, e sappiamo anche dai giornali che il nonno della Ghez lasciò l’Italia a causa delle leggi razziali.
Insomma, la famiglia della Ghez, quella precedente e quella attuale, è l’argomento più indagato intorno alla scienziata.
Troppa famiglia fa male. Anche alla scienza.

 

Riflessioni Brevi

E’ un libro che ci fa ascoltare un uomo che non aveva mai parlato prima. Agli uomini spesso accade. A un certo punto però devono “dire tutto”. Il dire-tutto è proprio del femminile, la parola è femmina, le bambine hanno la lingua ben “pendue”, come dice la psicoanalista Françoise Dolto, cioè la lingua lunga. Le bambine spesso si sentono apostrofare così.  Ma i ragazzi meno, gli uomini poco, alcuni passano accanto alla vita nel mutismo sulle cose vere. A un certo punto però bisogna parlare, magari da vecchi, magari all’ultima soglia della vita. Magari davanti a un bicchiere, anzi a cinque bicchieri, di birra stout o di diversi tipi di whiskey irlandese, ciascuno per salutare una persona diversa. A ognuno il suo gusto, come ognuno ha un diverso gusto della vita.
Un libro potente, come ogni volta che un uomo parla se prima  si è espresso in altri modi, magari più schivi, forse più ombrosi. Conosco alcuni “orsi” dal cuore pieno.

L’autrice incontrò davvero questo uomo sconosciuto in un bar

E’ il suo primo romanzo. E’ nata nel 1969. Prima aveva scritto racconti.
Prima era una libraia. E’ anche simpatica.

Riflessioni Brevi

Fu Pellegrina e Straniera, come il titolo di una sua raccolta, un libro meno noto de Le memorie di Adriano, L’opera al nero o Fuochi.
Il 10 giugno cade il compleanno di  Marguerite Yourcenar
Scrittrice belga, prima donna ammessa all’Académie française nel 1980, ha accompagnato il cammino di pensiero di molte donne e uomini. La penna di una donna ma non per sole donne. Una cultura immensa, una scrittura lucida e precisa, come nei migliori poeti.
In Pellegrina a Straniera (Einaudi) le sue riflessioni su libri, quadri, viaggi possibili e impossibili: Rembrandt, Durer, Henry James, Oscar Wilde, Borges o Virginia Woolf. Sosta nei villaggi della Grecia antica e ci offre anche una descrizione dei mosaici di Ravenna che, recentemente, ho rivisto. Anche con i suoi occhi.
Cruciale nella formazione di ogni ragazza.

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Per i giovani a cui, visto il periodo incerto, consiglio lo studio che studia il pensiero, indispensabile in ogni stagione storica.
(Se ci fosse la psicoanalisi in università, si potrebbe lavorare anche intorno al non pensato, per quanto non sia affatto detto che, in una università, la psicoanalisi faccia una buona fine).

“Quando qualcuno chiede a cosa serve la filosofia, la risposta deve essere aggressiva, poiché la domanda è ironica e pungente. La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme.”
Gilles Deleuze

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Cosa succede se l’incuria della madre è prevalente rispetto alla cura?
C’è plusmaterno o minusmaterno?
Il plusmaterno è il fallimento della funzione materna, da qualunque versante fallisca. Non solo la troppa cura e l’incuria si somigliano, ma nel corso della vita spesso sono due fasi successive: prima l’incuria, poi l’eccesso di cura.  La madre che, a un certo punto, protegge troppo è spesso stata una madre narcisista che “recupera” con il soffocamento. La fotografia di copertina del volume “Mio figlio mi adora” (prima edizione) lo mostra efficacemente.

Il concetto cruciale della teoria del plusmaterno che ho cercato di proporre è questo:
se nella funzione materna c’è l’accogliere il bambino e il tenerlo a sé simbolicamente in una prima fase, a ciò deve seguire l’aprire le braccia e lasciare andare, tipico di un secondo momento: ecco, nel plusmaterno le fasi sono invertite. Nel plusmaterno si lascia il bambino solo,  quando non si dovrebbe (tanto è lui che è attaccato  alla madre all’inizio della vita) e poi, al contrario,  lo si stringe quando vorrebbe e dovrebbe andare e cominciare le sue essenziali autonomie.
Il plusmaterno, come l’ho concepito, è una variante della dipendenza.

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Ho visto questo prezioso film con un uomo e un’amica. Lo dico perché l’uomo ha notato come nel film non fosse presente nessuna figura maschile, a parte la fugace apparizione di un garzone muto. In effetti, non c’è un uomo neppure nell’unica scena di gruppo, con figure del paese, quella in cui le contadine, a nuda voce, intonano le parole “Fugere non possum” (Non posso fuggire), con le voci che si rincorrono alla maniera di un canone. La scena campestre e notturna evoca piuttosto un sabba, ripulito e ingentilito, senza capro (né capo) e con un fuoco al centro, che brucia il lembo del vestito di una delle protagoniste, ardente d’amore per la sua pittrice. L’universo maschile, in contrappunto al canto femminile, è rappresentato senza voce: il garzone muto e l’inseminatore della domestica che non si vede, né è mai nominato e di cui nulla si sa, così come niente ci vien detto sul un passato amante uomo della pittrice, che la lasciò gravida.
La storia d’amore tra le due donne, la pittrice (Noémie Merlant) e la giovane contessa (Adèle Haenel), è ambientata a fine settecento ed è raccontata con garbo e sapienza nei dialoghi. Tuttavia resta un sentimento claustrale che può attaccare anche lo spettatore. Fin dall’inizio si evoca il luogo chiuso: la giovane aristocratica, di cui si deve fare il dipinto per inviarlo a futuro sposo, è stata ritirata dal convento – dove, in fondo, le piaceva stare perché lì c’erano musica e libri – per sostituire, nel matrimonio, una sorella morta suicida che non ne voleva sapere di andare in sposa a Milano. In quella città la contessa madre – una monotona Valeria Golino – sognava di trasferirsi, come ci fa intuire la pittrice quando insinua che quel matrimonio era architettato per soddisfare i desideri d’evasione dalla campagna della madre, che a Milano aveva vissuto.
Anche la storia d’amore tra le due si sviluppa al chiuso della decaduta casa aristocratica, durante un breve viaggio della contessa madre che le lascia finalmente sole. Il canone cantato dalle donne “Non posso fuggire” non fa che sottolineare la sensazione di chiuso in cui nasce un amore che vorrebbe essere, al contrario, aperto. 
La storia è bella, delicata, coinvolgente anche per la fotografia sublime della notevole Claire Mathon, tuttavia non sembra toccare il cuore delle relazioni omosessuali femminili dato che tutto è giocato sul vecchio dispositivo del grande amore, prima del matrimonio, a cui pensare con nostalgia per tutta la vita restante e consolarsi, così, nel ricordo. 
Interessante la libertà di cui godevano le donne in società nella seconda metà del Settecento: nell’ultima scena le protagoniste si ritrovano in città, a teatro (Milano? La Scala, appena costruita nel 1776?), durante il concerto delle 4 stagioni di Vivaldi che la pittrice suonava e raccontava alla sua amante. Le due donne si ritrovano ai due lati opposti della balconata e, cosa da sottolineare, sono arrivate al concerto da sole, cioè “non accompagnate”: in effetti, il movimento delle Preziose, letterate femministe ante litteram, c’era già stato. La pittrice vede la ex amante ma non viene da lei vista. Come Orfeo, evocato nel film, la ragazza del fuoco, ignara della presenza dell’altra che non le si palesa, vivrà nel ricordo sublime dell’amata, da sublimare per l’intera vita.
Un film sull’idealizzazione che, declinata al femminile o al maschile, qui non cambia.

Il film è del 2019, scritto e diretto da Céline Sciamma. La pellicola ha vinto il Prix du Scénario al Festival di Cannes 2019.
Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=yRNDOCC67hA


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