Ritratto della ragazza in fiamme

 

Ho visto questo prezioso film con un uomo e un’amica. Lo dico perché l’uomo ha notato come nel film non fosse presente nessuna figura maschile, a parte la fugace apparizione di un garzone muto. In effetti, non c’è un uomo neppure nell’unica scena di gruppo, con figure del paese, quella in cui le contadine, a nuda voce, intonano le parole “Fugere non possum” (Non posso fuggire), con le voci che si rincorrono alla maniera di un canone. La scena campestre e notturna evoca piuttosto un sabba, ripulito e ingentilito, senza capro (né capo) e con un fuoco al centro, che brucia il lembo del vestito di una delle protagoniste, ardente d’amore per la sua pittrice. L’universo maschile, in contrappunto al canto femminile, è rappresentato senza voce: il garzone muto e l’inseminatore della domestica che non si vede, né è mai nominato e di cui nulla si sa, così come niente ci vien detto sul un passato amante uomo della pittrice, che la lasciò gravida.
La storia d’amore tra le due donne, la pittrice (Noémie Merlant) e la giovane contessa (Adèle Haenel), è ambientata a fine settecento ed è raccontata con garbo e sapienza nei dialoghi. Tuttavia resta un sentimento claustrale che può attaccare anche lo spettatore. Fin dall’inizio si evoca il luogo chiuso: la giovane aristocratica, di cui si deve fare il dipinto per inviarlo a futuro sposo, è stata ritirata dal convento – dove, in fondo, le piaceva stare perché lì c’erano musica e libri – per sostituire, nel matrimonio, una sorella morta suicida che non ne voleva sapere di andare in sposa a Milano. In quella città la contessa madre – una monotona Valeria Golino – sognava di trasferirsi, come ci fa intuire la pittrice quando insinua che quel matrimonio era architettato per soddisfare i desideri d’evasione dalla campagna della madre, che a Milano aveva vissuto.
Anche la storia d’amore tra le due si sviluppa al chiuso della decaduta casa aristocratica, durante un breve viaggio della contessa madre che le lascia finalmente sole. Il canone cantato dalle donne “Non posso fuggire” non fa che sottolineare la sensazione di chiuso in cui nasce un amore che vorrebbe essere, al contrario, aperto. 
La storia è bella, delicata, coinvolgente anche per la fotografia sublime della notevole Claire Mathon, tuttavia non sembra toccare il cuore delle relazioni omosessuali femminili dato che tutto è giocato sul vecchio dispositivo del grande amore, prima del matrimonio, a cui pensare con nostalgia per tutta la vita restante e consolarsi, così, nel ricordo. 
Interessante la libertà di cui godevano le donne in società nella seconda metà del Settecento: nell’ultima scena le protagoniste si ritrovano in città, a teatro (Milano? La Scala, appena costruita nel 1776?), durante il concerto delle 4 stagioni di Vivaldi che la pittrice suonava e raccontava alla sua amante. Le due donne si ritrovano ai due lati opposti della balconata e, cosa da sottolineare, sono arrivate al concerto da sole, cioè “non accompagnate”: in effetti, il movimento delle Preziose, letterate femministe ante litteram, c’era già stato. La pittrice vede la ex amante ma non viene da lei vista. Come Orfeo, evocato nel film, la ragazza del fuoco, ignara della presenza dell’altra che non le si palesa, vivrà nel ricordo sublime dell’amata, da sublimare per l’intera vita.
Un film sull’idealizzazione che, declinata al femminile o al maschile, qui non cambia.

Il film è del 2019, scritto e diretto da Céline Sciamma. La pellicola ha vinto il Prix du Scénario al Festival di Cannes 2019.
Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=yRNDOCC67hA