L’ingiustizia reale come nucleo del delirio di persecuzione

L’ Age Mûr di Camille Claudel

Non fu solo il mancato matrimonio con Auguste Rodin il nucleo del delirio di persecuzione di Camille Claudel. In realtà ci fu una vera ingiustizia professionale. Nel 1894 Camille aveva scolpito un trittico di grande impatto emotivo e artistico, L’âge Mûr ou les chemins de la vie (L’età matura o i sentieri della vita), capolavoro che colpì un ispettore del Ministero delle Belle Arti che immediatamente le commissionó, nel 1895, copia della scultura in gesso, stanziando 2.500 franchi dell’epoca. Le tre figure rappresentate nell’opera sono una giovane inginocchiata che tende la mano a un uomo maturo, il quale è però trattenuto, ghermito quasi, da un’anziana donna, la più alta del terzetto, la più mobile, la più potente. Ufficialmente l’opera rappresenta la mezza età che la giovinezza tenta inutilmente di trattenere ma che la vecchiaia rapisce.

Difficile, però, non vedervi raffigurato anche il dramma di Camille di cui l’opera rappresenta una sublimazione, una sorta di “trattamento” ed elaborazione del trauma. Camille, infatti, aveva lasciato Rodin dopo l’anno orribile – il 1893 – in cui, a corto di denaro (i materiali di scultura sono costosi), aveva dovuto abortire il figlio di lui. Fu anche l’anno in cui si rese conto che la richiesta di matrimonio, che Rodin le scrisse, non si sarebbe mai avverata. Una richiesta fosse scritta, non un’idea di Camille. Rodin, pur amandola molto, non lasciò mai la sua amante precedente, Rose, da cui aveva avuto un figlio – di due anni più giovane di Camille – e che sposerà più avanti, nel 1917, durante l’internamento della Claudel. (I coniugi Rodin moriranno lo stesso anno del loro matrimonio, a pochi mesi di distanza)

Dopo 14 anni di relazione appassionata, con un uomo di 24 anni più vecchio, Camille chiude definitivamente la relazione, nonostante le insistenze di lui a restare uniti. È in questo clima che nasce il capolavoro L’età matura che incantó tutto il mondo artistico contemporaneo di Camille.

Nel 1898 Camille ne termina una seconda versione in gesso, più elaborata, e nel 1899 è invitata dalle Belle Arti a farne la versione bronzea. Ma, pochi mesi dopo, in maniera apparentemente inspiegabile, il direttore delle Belle Arti, senza una motivazione ufficiale, revocò la commissione alla Claudel, peraltro già approvata, incarico che avrebbe risollevato le sempre traballanti finanze dell’artista. Nel 1900 la scultura non sarà nemmeno più ammessa all’esposizione universale, come invece prima pattuito.

Dunque, il nucleo delirante di Camilla non era affatto immaginario: probabilmente il direttore delle Belle Arti ricevette pressioni da qualcuno che non vedeva di buon occhio la messa in scena, quantunque artistica, del dramma vissuto dal terzetto composto da Camille, Auguste e dalla “vecchia amante” di lui, Rose.

Camille – l’indomabile – per i 10 anni seguenti non cessò mai di chiedere giustizia all’amministrazione del Ministero delle Belle Arti, senza ottenere risposta. Furono gli anni in cui si ritirò a vita solitaria, curandosi male e lavandosi poco, ma continuando, almeno per qualche tempo, a lavorare con furia creativa per opere commissionatele da amici fedeli.

Questa scultrice energica non va certo confusa con una fragile donna che crolla per un rifiuto d’amore. Chi costruisce un delirio sistematizzato di solito possiede una dose rimarchevole di forza e coraggio.

Infine, però, distruggerà tutte le sue opere e si lascerà convincere ad entrare in manicomio.