Breve storia di Ettore

Ettore ed io ci siamo conosciuti, diversi anni fa, a un binario della stazione di Peschiera. Qualche ora prima che io arrivassi era entrato in giardino e si era incollato alle gambe di Enrico il quale, aprendo la portiera dell’auto per venirmi a prendere, inaspettatamente aveva visto Ettore salire su velocemente, come fosse la cosa più ovvia del mondo. Al binario Ettore mi attendeva, signorilmente eretto, molto vicino al fianco di Enrico, scrutando con intensità il treno e i passeggeri che discendevano, proprio come fa un cane che aspetta qualcuno che conosce bene e che è impaziente di rincontrare. Appena mi vede -o meglio appena capisce che è me che si sta aspettando – prende a scodinzolare e a venirmi incontro facendomi un sacco di feste, come se la scena si fosse già ripetuta chissà quante volte. 
Così era Ettore

Ettore, affascinante e sensibile, ha lasciato nel mondo un sacco di figli. All’inizio della sua lunga vita essi furono perlopiù concepiti con un’altra Weimaraner di razza. Ma questo prima che ci incontrasse e prima del suo annus horribilis di randagismo che ebbe fine quando entrò nel nostro giardino e s’incollò alle gambe di Enrico. (continua…)

Venne da noi anche perché richiamato dal profumo di una brunetta, forse non bella quanto lui, ma dall’anima schiettamente canina (quel che si dice “un vero-cane”), la Nerina, che si trovava nel pieno del suo primo calore.

La Nerina


Quasi certamente animata dal presagio di un accoppiamento immensamente migliore, Nerina aveva scacciato un precedente spasimante, piuttosto insistente, e che noi avevamo soprannominato “salsiccia” a causa delle sue forme inequivocabilmente salaminiche.
I figli che Ettore concepì di sua spontanea volontà – da cane libero, per così dire – furono ben 9. Naturalmente essendo le possibilità capezzolari di Nerina in numero di 8, anche noi, armati di biberon, aiutammo nell’allattamento.

Enrico allatta, molto maschilmente, bisogna dire
Ottavia scelse forse in questi momenti
di fare la veterinaria
Io coccolo

Dato che Ettore era un bracco e la Nerina un pastore del monte Baldo, la banda dei cuccioli fu chiamata “I Braccobaldi” e andarono in dono ad amici e parenti. È stato così che molti di loro sono rimasti nelle nostre vite: Iago, Rudy, Lea…


I Braccobaldi

L’ultima parte della storia di Ettore riguarda il passaggio dalla sua prima famiglia alla nostra e la sua passione per i sacchetti esselunga. 
Ettore nacque in una famiglia con piscina e due bambini con cui dormiva e che in seguito, quando potevano, ebbero libero accesso a Ettore. Un giorno la coppia dei genitori si sfasciò, litigò per i figli e, cosa piuttosto rara, il tribunale affidò la custodia al padre. Ma la faccenda prese anni e, nel frattempo, Ettore e Greta (la sua prima moglie, Weimaraner come lui) cominciarono a vagare per le contrade, mangiando per lo più spazzatura. Però, nei giorni fortunati, riuscivano persino a rubare il pane consegnato dal fornaio fuori dalle case, abitudine di cui in paese alcuni si lamentavano. 
Purtroppo Greta incontrò un’auto. Per fortuna Ettore incontrò Enrico. 


All’inizio la loro fu un’unione contrastata da chi, invano, aveva cercato di dare casa al bellissimo Ettore, senza troppa fortuna perché lui scavava sotto le reti e una volta saltò un recinto di più di due metri: tutto per ricongiungersi a Enrico. Come abbiamo detto, Ettore figliò con Nerina 9 meravigliosi Braccobaldi. Nel frattempo l’unione meno carnale e più spirituale con Enrico cresceva a dismisura.
Un giorno, a Enrico in moto tagliò la strada un olandese in Van. Ebbe diversi guai da cui si rimise con 5 operazioni e un anno di ospedale, lasciandogli però il ginocchio destro malandato. Poco dopo anche Ettore incontrò il suo olandese (un’auto) e si fratturò un ginocchio: manco a dirlo, il destro… Per un po’ zoppicarono simmetricamente insieme. Poi guarirono entrambi, nello stesso momento, entrambi plurioperati.

Grazie al miei studi giovanili di fisioterapia, portavo Ettore a fare passeggiate in montagna ma lui, nei passaggi difficili, pur zoppicante, tendeva a starmi vicino per proteggermi dalle eventuali cadute. 

Croisette style

Infine, non si può proprio omettere che non rinnegò il suo passato da clochard e, verso le 5 del pomeriggio, all’ora de té, per qualche tempo Ettore uscì a cercare buste in attesa della raccolta dell’umido. Nella sua voracità, a volte si mangiava proprio tutto, busta compresa. Tanto che, un giorno, nella elegante Milano in cui a Ettore piaceva molto soggiornare, proprio nel giardino sotto casa dove si riunivano i cani della zona, per lo più purissimi, Ettore cercò di fare i suoi bisogni e con gran difficoltà gli toccò di espellere un sacchetto giallo dell’esselunga. Lì, davanti ai milanesi attoniti, Enrico si precipitò a tirarglielo fuori a mani nude – era primavera, nemmeno un paio di guanti in tasca, da gettare in seguito – salvando, così, il suo cane.

“Non ti vedo, quindi non mi vedi mentre annuso la tavola”

Grazie per aver ascoltato la storia di Ettore. Ora che le sue spoglie mortali non ci sono più, so che vivrà nei nostri pensieri, nei suoi cuccioli e forse anche voi che avete letto questo post, ogni tanto, penserete a lui.