Categoria: Riflessioni Brevi

Buona notizia. Si rifà il processo alla donna che si è vista negare il diritto al riconoscimento di stupro perché non aveva urlato.
Il terrore può essere muto.
Urla chi può dentro di sé convocare con urgenza un terzo, qualcuno da cui anche se non è presente si può sentire intimamente soccorsa. A volte le vittime prescelte dagli ignobili dal fiuto perverso sono donne di cui nessuno si cura, le silenziose male amate.

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A proposito della appena passata festa del papà, ho discusso con una formatrice per maestre sull’opportunità di far fare i lavoretti per la festa del papà. Lei sosteneva che non fosse il caso, visto che in classe puoi avere un bambino con un papà morto, magari recentemente, o assente.
Io credo invece che il lavoretto potrebbe essere l’occasione per fargli scoprire una figura paterna sostitutiva. Ci sarà uno zio, un nonno, un fratello maggiore, un insegnante maschio, un allenatore a cui dare il prodotto del suo impegno. I lavoretti non sono consumistici e servono a meditare sulle figure parentali o sostitutive che, in casi di

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Avvertenza: post lungo e ad alto contenuto di antipatia (ma alla fine ci sono due bei raccontini)
Festa del papà con tre dediche: 1. ai padri separati(ndi);
2 .ai padri invadenti; 3. ai padri di cui si ha nostalgia

1. Dedicato ai papà separati o separandi:

Un affido davvero condiviso non può che comportare la doppia domiciliazione: moltiplicare le case, aggiungendo anche quella del padre, è una ricchezza per il bambino. La dislocazione riguarda l’umano: i luoghi di lavoro e di incontro, le abitazioni, gli amici, i luoghi pubblici. E allora, perché il bambino non può avere due case? Ritenere che il figlio di genitori separati debba aver- ne una sola non implica forse un’idea di casa come prolungamento dell’utero materno, ambiente tossico e passivizzante, invece di aprirsi al pensiero di case diverse

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Sì al voto ai 16 anni. I ragazzi sarebbero forse più consci della loro responsabilità e più indipendenti. Non sarà una legge che cambierà d’un balzo il loro trend infantile, ma se la famiglia non l’ha fatto, da qualche parte bisognerà pur cominciare. E una legge che “pensa” ai giovani nella polis e, qualunque sia il tornaconto politico di un partito che ha finora deluso, è un buon inizio.

Ho l’impressione che, dietro ad altri ragionamenti, l’opposizione al voto ai sedicenni potrebbe essere una opposizione alla loro indipendenza, in una società in cui le famiglie preferiscono tenerseli piccoli e proteggerli ad oltranza

Se aspettiamo che il loro ambiente li aiuti, non succederà. Il voto ai 16 è un atto dello stato che li definisce come cittadini.
In mancanza della parola familiare, sarà la società a dire a un adolescente che è un adulto, inserendolo così nella polis.

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Lo scrivevo nel 2013:
“Non è senza interesse sottolineare che, sul piano sociale, è precisamente l’ipervalutazione del legame di sangue che fa scudo contro il riconoscimento dei bambini figli di stranieri, ma nati in Italia. Lo ius soli, il diritto che proviene dal suolo natio, è riconoscimento simbolico, non di sangue: a questi figli di stranieri che crescono nelle nostre scuole, pensano secondo le forme della nostra cultura, studiano Dante e hanno un immaginario simile a quello dei nostri figli, al compimento del diciottesimo anno viene detto che non sono automaticamente italiani perché non lo sono per sangue, benché lo siano pienamente per cultura. Se vogliono diventarlo a tutti gli effetti, devono richiederlo con una complessa procedura .
Esaltare il sangue intralcia il riconoscimento del senso culturale della famiglia.”
Mio figlio mi adora p. 14
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona, bambino, in piedi e attività all'aperto

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Il film Caramel, debutto di regia per la libanese Nadine Labaki, mette in scena un’amicizia intima, sororale, tra donne di diverse età e condizioni. E’ ambientato in uno dei luoghi principe in cui ha luogo la comunicazione inconscia e la seduzione tra donne: un salone di bellezza a Beirut. Luogo profumato in cui le donne parlano, litigano, si sorridono, si confessano nel silenzio dei gesti e degli sguardi, comprendono l’altra, persino quando è la rivale: “voglio sapere tutto di lei, come si muove, come sorride, che profumo ha” e di nascosto le amiche invitano l’ignara avversaria a una promozione, sorprendendo la rivale cui tocca farle il “trattamento”. Un termine che allude anche al percorso intimo che questo incontro metterà in moto, un incontro silenzioso in cui le due si studiano, un trattamento giocato sul caramello caldo che serve a depilare e che aiuterà l’abbandonata a uscire dalla dipendenza da un uomo prepotente e narciso. Nel gruppo di donne ci sono due sorelle: un’anziana sarta che accetta un appuntamento con un suo distinto cliente e sua sorella, una donna lievemente alienata, ben conosciuta e integrata nel quartiere. La cucitrice si fa tingere i capelli e pettinare ma, al momento di uscire, la sorella instabile protesta, lagnosa e suadente, e lei rinuncia a quella che sembra essere l’ultima chance di vita per restare a curare la sorella con cui vive e con cui dorme in uno stesso grande letto antico che ha tutta l’aria di essere stato quello dei genitori, segno che le anziane sorelle non sono mai uscite dallo statuto di figlie e quindi sono precipitate nell’abisso esogamico della coppia incestuale. Nel salone di Beirut si toccano temi universali e contemporaneamente – plasticità del femminile – le donne si consigliano e sostengono l’un l’altra nell’arte della seduzione. Riparate da un fine socialmente ammesso  – l’ essere belle per l’uomo – ma non per questo elimina quel piacere segreto, conosciuto anche prima dell’adolescenza, di prepararsi insieme per una festa, chiuse nel bagno, a raccontarsi cose di sé che nessuna sa e a rimirarsi negli occhi dell’altra.
Mi ricordo che anni fa un collega più grande, il professor Sergio Caruso, con cui noi giovani leve della psicoanalisi ci stavamo recando a cena dopo un convegno, disse: “le donne si vestono e truccano per le altre donne, anche perché gli uomini, in genere, osservano poco, invece nulla sfugge all’occhio dell’altra”. Una frase che mi torna in mente periodicamente e che ho sempre confusamente sentito come carica di senso ma misteriosa, e oggi che sto scrivendo di questi temi, mi appare in tutta la sua luce. Al riparo della rivalità, dietro al paravento del “chi è la più bella”, l’occhio dell’una ammira e valorizza il sembiante dell’altra. Lo sguardo femminile è capace di cogliere il dettaglio, mentre a volte quello maschile può appagarsi anche solo dell’orpello. 

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Quanti e quante non si sposano veramente ma tengono la mano ben salda alla madre, al padre, insomma alla famiglia precedente?
Quante e quanti ancora ci toccherà sentir dire “la mia famiglia” intendendo quella che si sarebbe dovuta lasciare per formarne una nuova?
Quanto il discorso dominante nell’idea di famiglia contempla solo quella tradizionale, impedendo di fatto un’intimo distacco da quella di origine a chi ne forma una differente, che sia ricostituita o omosessuale o fatta da un gruppo stabile di single adulti? Queste ultime, indichiamole come famiglie per scelta, producono legami molto intensi, gioie e drammi simili, sensi di abbandono o di accettazione che troviamo in tutti i gruppi famigliari. Il sangue non è il collante di una famiglia – e i delitti famigliari stanno lì a ricordarlo. Ma del gruppo sembra che non possiamo fare a meno: ad oggi, pur con tutti i limiti, esso sembra la più ambita invenzione di legame umano.
E non c’è sempre bisogno del sangue.
In ogni senso.

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Le basi di un soggetto, così come le basi di una comunità, si fondano sulla divergenza, sulla disobbedienza. Come riteneva Hannah Arendt, se si guarda alla disobbedienza civile come «espressione di un’azione politica, essa diventa una valvola di sicurezza nei momenti in cui le stesse istituzioni fanno naufragio». La disobbedienza civile è la riattivazione del contratto sociale istituito tra gli uomini, quando esso si sta smarrendo.
Questo è quanto ho scritto in Troppa famiglia fa male, per cui quando stamattina sento un giornalista de Il Tempo incitare alla disobbedienza civile che, nella sua oscura visione, dovrebbe servire a ricongiungere a Natale i genitori coi figli adulti, penso che se anche avesse letto la Arendt di certo non l’ha capita. Non è che possiamo pensare che quando le istituzioni ci dicono qualcosa che non ci garba – e per alcuni buoni motivi che riguardano i contagi e i morti -, stanno per questo facendo naufragio. Questa miopia ha un nome, si chiama “familismo amorale”, come direbbe Edward Banfield, e cioè il «massimizzare i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare» a discapito del legame sociale. Tra parentesi, è proprio questo atteggiamento – la famiglia prima della società – che, secondo Banfield, starebbe alla base del consenso del popolo italiano al fascismo.
Orsù, piantiamola di fare i bambini: il Natale è una festa dell’infanzia e ora ci è chiesto di essere uomini e donne, cioè di non metterci nel posto dei figli bisognosi di coccole natalizie, ma in quello di chi protegge i figli.
E i vecchi.
Sveglia!

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Vorrei fare un appello alle famiglie che, per le festività natalizie, stanno richiamando a gran voce i loro figli che vivono, studiano e lavorano in altri luoghi e che quindi si stanno affannando a comprare i biglietti di viaggio prima del 19 dicembre, riempiendo, al massimo consentito, i treni. Mi chiedo perché sia così difficile compiere un atto che permetterebbe al paese di non peggiorare il disastro che già c’è. Forse quest’anno si dovrebbe rinunciare a vedere la famiglia anche se non la si vede da mesi. Possiamo chiamarla frustrazione etica.
Quale sarà il costo di una tale incapacità a una rinuncia che, al contrario, sarebbe dovuta sia agli altri cittadini che ai propri familiari ?
Anche questo è allevare cittadini-bambini.
Anche questo è plusmaterno

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Così come non possono entrare in classe, ugualmente non possono entrare in DAD. Anche se non fanno niente, la loro stessa presenza è una violazione di legge.
Se poi un genitore si lamenta col dirigente per qualcosa che ha ascoltato in DAD, il dirigente deve informarlo delle sue violazioni e non tenere conto di quanto lamenta.
L’essere in DAD non invitato è un reato informatico (c’è un articolo di legge specifico) con abuso nell’accesso al sistema, reato di diffusione dei codici e violazione delle comunicazioni telematiche.
Dunque, o presidi, andate a caccia di questi codici di legge, che esistono forti e chiari, e con tale decalogo armati garantite la serenità didattica ai vostri studenti.
La registrazione poi di quanto avviene in DAD da parte di un genitore costituisce un aggravante nella violazione delle precedenti norme. Informateli con circolari chiare e se vi sono trasgressioni potete comminare, intanto, una sanzione immediata : si toglie un punto di condotta al loro iperprotetto pargolo, prima di provvedere in altri più specifici modi.
Se troppa famiglia fa male, a scuola è letale.
Conosco dirigenti (molto amati) che quelle leggi sanno fare rispettare, con gentilezza e fermezza.
Conosco mamme che, per lasciare libera la casa ai figli in DAD, hanno ripreso attività e hobby propri: invece del godimento improprio di sgrufolare nella vita del figlio, si sono concesse godimenti propri (compresi quelli di allacciare o riallacciare relazioni amantifere).
Un Evviva a queste mamme!

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