Autore: <span class="vcard">Laura Pigozzi</span>

Come spesso accade gli artisti vedono prima e il film del geniale e giovane regista Xavier Dolan, Mommy, racconta proprio di ciò che accade in una situazione di Plusmaterno, nel fallimento della separazione. Una madre, di fronte alle rimostranze del centro di accoglienza per la condotta del figlio sedicenne  che in mensa ha appiccato il fuoco e leso gravemente un compagno, decide di prendersi cura personalmente del figlio. Una decisione forte, ma anche impulsiva e un po’ onnipotente. In tutta la storia, mai una parola spesa tra madre e figlio sul compagno leso per sempre dalle ustioni, mai un pensiero sull’assunzione di responsabilità. Il ragazzo diciassettenne, tornato a vivere con la madre, prende iniziative seduttive nei suoi confronti, mosse a cui la madre non si sottrae. Sorride ai toccamenti furtivi del figlio, anche sul seno. Molti i baci sulla bocca tra i due, abitudine che troviamo consumata frequentemente anche tra le madri che incontriamo nel nostro quotidiano. La madre psichicamente incestuosa non dà la vita, ma dà la morte: Diane, la madre, infatti, si fa chiamare Die, (to die=morire). E quando alla fine, stremata, la donna si separa da lui per abbandonarlo in un ospedale psichiatrico si occuperanno del figlio non una figura di cura,  ma tre figure maschili che lo sederanno e gli applicheranno  scariche elettriche: non padri che educano nei tempi morti, ma padri aggressivi, padri-natura, padri-Cosa che non si distinguono, dal punto di vista della funzione, dall’abisso materno ma ne rappresentano la versione violenta. Il figlio cerca di scappare lanciandosi contro la vetrata del centro in cui è rinchiuso. La mancata separazione li ha resi folli, madre e figlio.

Ricordiamo che l’onere della separazione spetta alla madre. Se la prima simbiosi madre-figlio da una struttura è solo perché ad essa segue la separazione che unicamente la madre può fare. E ha il dovere di fare.

 

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Ecco un film onesto sulla maternità, lontanissimo dalla narrazione edulcorata e fasulla che trasforma le madri in plusmadri devote e soddisfatte. Un film dove la fatica e l’impegno di essere madri si vedono tutte e dove si capisce bene quanto sia duro l’incastro con l’essere donna. Altro che sbandierare la Maternità come un arricchimento della donna! La maternità mette in crisi una donna.
E poi tutta la storia della bambolina persa, per la quale si mettono manifesti come fosse la ricerca di una persona vera, non ci dice forse che la narrazione falsa, esaltata, markettara della maternità finge che un figlio sia come un bambolotto o come una Reborn Doll che non contesta e sorride docilmente? Le Reborn Doll sono “adottate” da milioni di finte mamme nel mondo. Sono molto simili a bebè, di cui hanno la consistenza, il peso, la pelle morbida odorosa che cambia colore a seconda della situazione della luce. Dotate di una realistica voce da neonato, aumentano l’illusione di avere tra le braccia bimbo quasi vero, ma che, a differenza di un figlio reale, non se ne andrà mai e col quale non ci saranno i penosi e necessari conflitti dell’adolescenza. Insomma, un figlio “fantastico”. Una figlia tutta “chiara”.

Qualcuno ha voluto liquidare le problematiche sollevate dal film bollando la madre di narcisismo.

A me non pare affatto una narcisista. Per il fatto che, ad esempio, è stupita quando un ricercatore in vista elogia e cita in pubblico il suo lavoro. Accetta le normali umiliazioni accademiche dal suo professore-capo. Non si bea dell’adorazione del suo compagno che gli si butta in ginocchio per farla restare, tutt’altro.
E’ solo una donna che vuole fare il suo lavoro di studiosa di letterature comparate e il padre delle bimbe latita. Una storia più che comune.
Le madri narcisiste, piuttosto, sono quelle che si incollano al ruolo riconosciuto di madre , traendone approvazione sociale e adorazione da parte dei figli. Quella del film, al contrario, cerca – con mille difficoltà – di tenere insieme alla madre le sue legittime aspirazioni di donna e di studiosa. Per un po’ non ci riuscirà. Ma il finale dà speranza.

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Alla psicoanalisi è toccato il destino di smontare i misticismi e gli idealismi: non sarebbe meglio salvare le vite umane anche sacrificando i grandi principi? Anche perché gli eroi a volte portano più crisantemi che diademi. E questa sembra una di quelle volte.

Le guerre iniziano allo stesso modo: con la sottovalutazione della follia dell’altro.
E con una iper valutazione della propria ragione.
Le guerre si somigliano tutte.

La guerra finirà quando finirà il bisogno degli uomini di avere dei narcisi. Ovunque si trovino in alto, in basso, a destra, a sinistra, al di qua o al di là di un confine.

Mi domando come si faccia a governare gli uomini senza conoscerli. I potenti che stanno decidendo le sorti dell’umanità, hanno qualche idea di come sia fatto l’uomo, di come funzioni psicologicamente? Credo di no.
Sarà anche per questo che i negoziati si stanno arenando o addirittura non partono. Non è possibile negoziare senza capire l’altro, senza poter ipotizzare con un certo grado di approssimazione ciò che gli passa per la testa e ciò a cui potrebbe essere sensibile, che non è mai solo un pezzetto di terra.

Dice Paul Valéry: “Le meditazioni sulla morte -alla Pascal- sono proprie di uomini che non devono lottare per la vita, guadagnarsi il pane, crescere i bambini. L’eternità preoccupa quelli che hanno tempo da perdere. E’ una forma del tempo libero.”
Caro Valéry, hai ragione. Ed è proprio per pensare – sì anche alla morte – che dovremmo avere tutti più tempo libero. Avere il tempo di pensare all’eternità o alla caducità dovrebbe essere un obiettivo della democrazia. L’occuparsi di una filosofia della morte – o di diverse filosofie della morte –  produrrebbe meno bare inutili: quelle della guerra

Credo sia da considerare anche quella che potremmo chiamare una certa psicologia dei popoli. Qui esco un po’ dal mio ambito che riguarda i singoli soggetti, però mi pare giusto proporre una considerazione, forse più letteraria e culturale che strategica. C’è un tratto dell’animo russo, raccontato in Dostoevskij, Turgenev, Tolstoj ed altri che è incline all’estremo e alla distruttività, piuttosto che alla mediazione e che, come dice Virginia Woolf, é “tumultuoso, incapace di sottomettersi al controllo della logica o alla disciplina della poesia”.  Credo che, oltre che per motivi tattici, convocare la Cina come terzo al tavolo, sarebbe un bene (il terzo è spesso benefico, in ogni situazione ) anche perché i cinesi sono confucianamente pragmatici, non inclini a bizzarre ventate di testa. Come sostengo da tempo, i saperi della psicoanalisi possono giovare anche alle decisioni politiche. Inoltre, forse solo i cinesi potrebbero essere in grado di offrire una via d’uscita “onorevole”, o per lo meno non totalmente discreditante, a un dittatore pronto a scompensarsi, evitando così un suo passaggio all’atto che coinvolgerebbe il mondo.

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Ha lasciato un diario, di quegli ultimi allucinati giorni, la figlia di 48 anni – figlia ancora, non passata allo statuto di donna – che si è tolta la vita dopo la morte della madre di 71, avvenuta pare per una brutta caduta (l’autopsia è in corso). La figlia, dopo 10 giorni di convivenza col cadavere della madre – segno che nemmeno la morte ha potuto separarle – si è impiccata alla maniglia della porta della cucina. Il suicidio per autoasfissia mette in primo piano la gola e parla spesso di una mancanza d’aria e di parola soggettiva. Vivevano sole e ritirate, uscivano solo per i cagnolini, povere bestiole che hanno trovato la morte insieme alle padrone. Erano quasi mummificate, così come fu la loro vita, se così si può chiamare.
Epilogo tragico di una relazione inseparata e claustrofilica che sarebbe necessario non venisse più definita dai giornali come “riservata”. Vita riservata o “persona riservata”, definizione che non raramente si riserva agli assassini, sono un’altra cosa.
Questo evento impossibile è solo quantitativamente – e non strutturalmente – differente dall’intolleranza alla separazione, diffusa nelle relazioni famigliari contemporanee, che dà origine a moltissimi altri fenomeni più o
meno patologici. Un continuum, che si svolge su una stessa linea, unisce un tale gesto estremo – seguire la madre dopo averne respirato la morte per giorni – con la reazione meno psicotica di altri figli (più spesso figlie) che, benché pienamente adulte, mostrano una insopportabilità fuori dal comune nei confronti di quell’evento dolorosissimo ma naturale che inevitabilmente arriva nella vita di ciascuno: la morte della madre. Quando tale sofferenza diventa sconfinata, senza bordo, essa trascina il figlio/la figlia in un abisso malinconico in cui resta rinchiuso/a per troppo tempo.

Chi non arriva a considerare tale tristissima circostanza come un accadimento naturale, in cui si soffre moltissimo ma non se ne muore, ripete forse una fallita esperienza dello svezzamento dalla madre primitiva che è l’unica che veramente tiene in vita. Ecco che allora la scelta, forse inconscia e quindi più vera, della maniglia della cucina a cui si è impiccata questa triste figlia, assume ancora più senso e allude forse a un cibo che non ha mai potuto diventare simbolico e civilizzato ma è rimasto neonatale o addirittura uterino, come uterina era la loro casa. E’ la morte della madre che nutre da sempre, e per sempre, quella che più facilmente trascina con sé anche la figlia o il figlio.

(Il dipinto è di Edward Munch, La madre morta e la sua bambina(1899) e descrive l’età – l’infanzia- in cui ci si aspetta una disperazione che sembra senza un domani. Eppure la bambina diverrà una donna.)

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Sono stata contenta di essere stata invitata ad un programma così popolare come Forum e di aver potuto commentare il caso interessantissimo di una perversione madre/ figlia che mi ha permesso di parlare delle logiche sottese dalla manipolazione: una architettura del discorso che imprigiona anche quando il captato o la captata capisce, vagamente, che qualcosa non quadra.
Si tratta di quella logica perversa che si dovrebbe imparare a riconoscere presto. Forse se ne potrebbero addirittura fare dei corsi nelle scuole, così come per le basi elementari della psicoanalisi (pur se profondamente diverso dal fare un’analisi).
Se la manipolazione fosse più riconoscibile avremmo meno violenze, sia grossolane che sottili (così micidiali), meno abusi familiari e persino meno femminicidi.
E potrebbe persino aumentare quella responsabilità soggettiva, così necessaria per vivere e amare, che non può esistere senza la separazione dal nucleo originario.

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Alle ragazze che iniziano oggi la scuola.
Le vostre colleghe afgane temono che gliela chiudano e con ciò possano ripiombare nel terrore dell’ignoranza e della dominazione maschile, con l’angosciante corollario dei matrimoni imposti a 13 anni.
Anche se in qualche giorno la scuola può sembrarvi una prigione, essa è libertà di scegliere la vita, è quel coraggio che senza conoscenza resta avventatezza, è la possibilità di esistere senza dipendere dal desiderio altrui. È poter trovare le parole per il vostro intimo e unico desiderio che, in assenza di quelle, non si realizza perché resta sconosciuto, inattingibile.
“Fatte non foste per viver come brute”: è Dante declinato al femminile.
A ogni dominazione è utile l’ignoranza della vittima.
E al 46esimo femminicidio del 2021 in Italia conviene ricordarselo.

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Un sorellicidio tra i boschi dell’Etna. Lucrezia, 37 anni, è stata accoltellata alla gola, probabilmente in modo premeditato, dal fratello di 22 che viveva ritirato in casa da mesi. Naturalmente il movente è oscuro, hanno parlato di denaro prestato dalla sorella che il ragazzo non riusciva o non voleva restituire oppure di denaro che i genitori elargivano maggiormente alla figlia. Come se il movente-denaro potesse essere una “spiegazione” tangibile e ultima per un delitto. Stessa spiegazione ci è stata servita per il matricidio reale operato dalle due sorelle simbiotiche di Temù, che condividevano il fidanzato.
Il ricorso al movente-denaro, che chiude ogni indagine psichica ulteriore, mostra il grave livello di ignoranza collettiva sull’uomo e le sue pulsioni, nonché lo stadio etico di una società che reputa plausibile quel movente. Così si rischia di pensare che il denaro sia un “in sé” e non anche uno dei più comuni luoghi di proiezione inconscia dei fantasmi di ciascuno.
I delitti che avvengono in famiglia hanno moventi famigliari e, a questo proposito, tornando alla povera Lucrezia di Catania, appena appresa la notizia del suo assassinio, mi sono chiesta : cosa ci faceva ancora in casa, a condividere dinamiche asfittiche, a 37 anni?
Aveva un fidanzato che hanno definito “storico” – aggettivo che non suggerisce una condizione di soprassalto del desiderio – con cui pensava al matrimonio.
Ci pensava, ma di fatto era ancora a casa.

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28 medaglie olimpiche a Tokyo 2021 hanno acceso molti riflettori, anche troppi e non sempre ben a fuoco.
Le interviste alle mamme dei campioni sono tra quelle meno adeguate ma ben illuminanti della solita realtà italiana. I riflettori sulle mamme (di papà ben pochi) sono svilenti non solo per il figlio ma anche per una certa dignità nazionale: gli atleti non sono trattati da campioni che rappresentano l’Italia, ma da figli delle loro mamme.
Sembra dunque che il nostro orizzonte sull’”epica della nazione” non vada troppo aldilà del solito inno alla mamma italiana. Che è un po’ come dire che uno nasce già campione, esce così dal ventre materno! Poca valorizzazione di tutto ciò che per il figlio è venuto dopo: fatiche, gioie, dolori, frustrazioni, successi, tutte cose accadute lontano dal focolare e che solo lontano da esso potevano avvenire a rendere intensa la vita.

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È destino che, in questi giorni, anche chi non capisce nulla di calcio come me, si trovi a parlarne. Tirata per la giacchetta a commentare il giocatore che davanti alla telecamera ha detto “mamma guarda qui” mostrando la medaglia, faccio una piccola riflessione. Sono piovuti un sacco di commenti su quanto sono bravi e amorevoli verso la mamma questi giocatori, eppure il plusmaterno, più che nelle parole del giocatore, lo troviamo nei commenti intorno a un gesto che poteva essere semplicemente simpatico e affettuoso. Infatti, non è che il giocatore abbia detto: “mamma questa medaglia te la dedico, é per te”. Ha detto invece: “mamma guarda qua”, un po’ come quando Jovanotti cantava: “mamma guarda quanto mi diverto”. Voglio dire che, in entrambi i casi del giocatore e del cantante, l’accento è sul figlio, non sulla mamma.
Invece i commenti spostano l’enfasi sulla madre…

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Emerald Fennell è una regista inglese che nasce come attrice e poi fa un film – visto ieri sera al cinema – nominato agli Oscar sia per la migliore regia che per la migliore sceneggiatura originale. Il film s’intitola “Una donna promettente”, ma se vi aspettate il panegirico del femminile non andate a vederlo: pur trattando del tema del consenso femminile al rapporto sessuale non è lavorato in maniera né apodittica né ovvia. Al contrario, fa discutere come dovrebbe fare ogni buon film e ogni buon romanzo che deve avere in pancia non una tesi ma un problema, un trauma che non si risolve in una fine lieta e bugiarda. Infatti, il film prende la sua luce proprio dal finale duro, precisamente quello che molti le hanno contestato, quello che invece è il suo valore e che illumina l’impossibilità a romanticizzare sia nelle relazioni uomo-donna che in quelle donna-donna. Qui sta, a mio parere, la cifra del film, in un finale traumatico e necessario. Necessario a cosa? A due questioni: la prima a che nessuno dimentichi l’abissalità cui possono portare le relazioni di tipo sororale tra amiche. E la seconda a che nessuna delle nostre ragazze pensi che la vendetta sia una soluzione: far da sé non è vittorioso, per quanto la finezza dell’intelligenza dei sipari e dei piani che la protagonista pone in essere possa spingere all’identificazione. Un noir elegantissimo e raffinato.
Da non perdere.

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