Autore: <span class="vcard">Laura Pigozzi</span>

Video recensione di Quando tutto è detto di Anne Griffin, Atlantide Edizioni e di La madre assassina di Ermanno Cavazzoni, La Nave di Teseo

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Riflessioni Brevi

Avevo registrato l’assegnazione per il Premio Nobel per la Fisica alla Andrea Ghez, insieme a Reinhard Genzel e Roger Penrose, per i loro studi sui buchi neri, con naturalezza. Mi sembrava del tutto ovvio che ci fosse anche una donna in un team che dimostra il buco nero al centro della Via Lattea [e come non poteva esserci?😂]
Insomma, che ci fosse anche una donna mi pareva ovvio. Nulla di particolare da sottolineare nella mia mente.
Ma poi ci hanno voluto informare che la Ghez è mamma e sportiva, nuotatrice per l’esattezza.
E cosa sappiano delle paternità di Penrose e Genzel? Mah, un piccolo buco nero…
Del Penrose sappiamo che ha ribattezzato l’universo in “multiverso” – e ciò ci piace molto, dato che l’Uno ha sempre un tratto totalitario – e che inventa giochi matematici (bello!). È un genio poliedrico, come dice Rovelli, indipendente nel modo di pensare e lontano dai gruppi di potere.
Mi piace questo Penrose!
Contenta che gli abbiano dato il 50% del Nobel (500 mila euro circa)
L’altro 50% è diviso tra il Genzel e la mamma nuotatrice Ghez.
Ghez e Genzel hanno lavorato insieme all’osservazione del buco nero scoperto da Einstein e dimostrato da Hawking e Penrose.
Del Genzel sappiamo che è un astronomo infrarosso, nel senso che ha inventato strumenti per dimostrare scoperte straordinarie che l’occhio non vedrebbe, dato che l’infrarosso cade fuori dallo spettro di luce visibile all’uomo.
Lunga descrizione anche per lui su Wikipedia, così come per Penrose.
Nel brevissimo Wikipedia della Ghez troviamo, al terzo punto, il paragrafo “Vita privata” – che non c’è per gli altri due – nel quale abbiamo nome e professione del marito (un geologo) e numero di figli (due).
Ah sì, e sappiamo anche dai giornali che il nonno della Ghez lasciò l’Italia a causa delle leggi razziali.
Insomma, la famiglia della Ghez, quella precedente e quella attuale, è l’argomento più indagato intorno alla scienziata.
Troppa famiglia fa male. Anche alla scienza.

 

Riflessioni Brevi

E’ un libro che ci fa ascoltare un uomo che non aveva mai parlato prima. Agli uomini spesso accade. A un certo punto però devono “dire tutto”. Il dire-tutto è proprio del femminile, la parola è femmina, le bambine hanno la lingua ben “pendue”, come dice la psicoanalista Françoise Dolto, cioè la lingua lunga. Le bambine spesso si sentono apostrofare così.  Ma i ragazzi meno, gli uomini poco, alcuni passano accanto alla vita nel mutismo sulle cose vere. A un certo punto però bisogna parlare, magari da vecchi, magari all’ultima soglia della vita. Magari davanti a un bicchiere, anzi a cinque bicchieri, di birra stout o di diversi tipi di whiskey irlandese, ciascuno per salutare una persona diversa. A ognuno il suo gusto, come ognuno ha un diverso gusto della vita.
Un libro potente, come ogni volta che un uomo parla se prima  si è espresso in altri modi, magari più schivi, forse più ombrosi. Conosco alcuni “orsi” dal cuore pieno.

L’autrice incontrò davvero questo uomo sconosciuto in un bar

E’ il suo primo romanzo. E’ nata nel 1969. Prima aveva scritto racconti.
Prima era una libraia. E’ anche simpatica.

Riflessioni Brevi

Fu Pellegrina e Straniera, come il titolo di una sua raccolta, un libro meno noto de Le memorie di Adriano, L’opera al nero o Fuochi.
Il 10 giugno cade il compleanno di  Marguerite Yourcenar
Scrittrice belga, prima donna ammessa all’Académie française nel 1980, ha accompagnato il cammino di pensiero di molte donne e uomini. La penna di una donna ma non per sole donne. Una cultura immensa, una scrittura lucida e precisa, come nei migliori poeti.
In Pellegrina a Straniera (Einaudi) le sue riflessioni su libri, quadri, viaggi possibili e impossibili: Rembrandt, Durer, Henry James, Oscar Wilde, Borges o Virginia Woolf. Sosta nei villaggi della Grecia antica e ci offre anche una descrizione dei mosaici di Ravenna che, recentemente, ho rivisto. Anche con i suoi occhi.
Cruciale nella formazione di ogni ragazza.

Riflessioni Brevi

Per i giovani a cui, visto il periodo incerto, consiglio lo studio che studia il pensiero, indispensabile in ogni stagione storica.
(Se ci fosse la psicoanalisi in università, si potrebbe lavorare anche intorno al non pensato, per quanto non sia affatto detto che, in una università, la psicoanalisi faccia una buona fine).

“Quando qualcuno chiede a cosa serve la filosofia, la risposta deve essere aggressiva, poiché la domanda è ironica e pungente. La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme.”
Gilles Deleuze

Riflessioni Brevi

Cosa succede se l’incuria della madre è prevalente rispetto alla cura?
C’è plusmaterno o minusmaterno?
Il plusmaterno è il fallimento della funzione materna, da qualunque versante fallisca. Non solo la troppa cura e l’incuria si somigliano, ma nel corso della vita spesso sono due fasi successive: prima l’incuria, poi l’eccesso di cura.  La madre che, a un certo punto, protegge troppo è spesso stata una madre narcisista che “recupera” con il soffocamento. La fotografia di copertina del volume “Mio figlio mi adora” (prima edizione) lo mostra efficacemente.

Il concetto cruciale della teoria del plusmaterno che ho cercato di proporre è questo:
se nella funzione materna c’è l’accogliere il bambino e il tenerlo a sé simbolicamente in una prima fase, a ciò deve seguire l’aprire le braccia e lasciare andare, tipico di un secondo momento: ecco, nel plusmaterno le fasi sono invertite. Nel plusmaterno si lascia il bambino solo,  quando non si dovrebbe (tanto è lui che è attaccato  alla madre all’inizio della vita) e poi, al contrario,  lo si stringe quando vorrebbe e dovrebbe andare e cominciare le sue essenziali autonomie.
Il plusmaterno, come l’ho concepito, è una variante della dipendenza.

Riflessioni Brevi

 

Ho visto questo prezioso film con un uomo e un’amica. Lo dico perché l’uomo ha notato come nel film non fosse presente nessuna figura maschile, a parte la fugace apparizione di un garzone muto. In effetti, non c’è un uomo neppure nell’unica scena di gruppo, con figure del paese, quella in cui le contadine, a nuda voce, intonano le parole “Fugere non possum” (Non posso fuggire), con le voci che si rincorrono alla maniera di un canone. La scena campestre e notturna evoca piuttosto un sabba, ripulito e ingentilito, senza capro (né capo) e con un fuoco al centro, che brucia il lembo del vestito di una delle protagoniste, ardente d’amore per la sua pittrice. L’universo maschile, in contrappunto al canto femminile, è rappresentato senza voce: il garzone muto e l’inseminatore della domestica che non si vede, né è mai nominato e di cui nulla si sa, così come niente ci vien detto sul un passato amante uomo della pittrice, che la lasciò gravida.
La storia d’amore tra le due donne, la pittrice (Noémie Merlant) e la giovane contessa (Adèle Haenel), è ambientata a fine settecento ed è raccontata con garbo e sapienza nei dialoghi. Tuttavia resta un sentimento claustrale che può attaccare anche lo spettatore. Fin dall’inizio si evoca il luogo chiuso: la giovane aristocratica, di cui si deve fare il dipinto per inviarlo a futuro sposo, è stata ritirata dal convento – dove, in fondo, le piaceva stare perché lì c’erano musica e libri – per sostituire, nel matrimonio, una sorella morta suicida che non ne voleva sapere di andare in sposa a Milano. In quella città la contessa madre – una monotona Valeria Golino – sognava di trasferirsi, come ci fa intuire la pittrice quando insinua che quel matrimonio era architettato per soddisfare i desideri d’evasione dalla campagna della madre, che a Milano aveva vissuto.
Anche la storia d’amore tra le due si sviluppa al chiuso della decaduta casa aristocratica, durante un breve viaggio della contessa madre che le lascia finalmente sole. Il canone cantato dalle donne “Non posso fuggire” non fa che sottolineare la sensazione di chiuso in cui nasce un amore che vorrebbe essere, al contrario, aperto. 
La storia è bella, delicata, coinvolgente anche per la fotografia sublime della notevole Claire Mathon, tuttavia non sembra toccare il cuore delle relazioni omosessuali femminili dato che tutto è giocato sul vecchio dispositivo del grande amore, prima del matrimonio, a cui pensare con nostalgia per tutta la vita restante e consolarsi, così, nel ricordo. 
Interessante la libertà di cui godevano le donne in società nella seconda metà del Settecento: nell’ultima scena le protagoniste si ritrovano in città, a teatro (Milano? La Scala, appena costruita nel 1776?), durante il concerto delle 4 stagioni di Vivaldi che la pittrice suonava e raccontava alla sua amante. Le due donne si ritrovano ai due lati opposti della balconata e, cosa da sottolineare, sono arrivate al concerto da sole, cioè “non accompagnate”: in effetti, il movimento delle Preziose, letterate femministe ante litteram, c’era già stato. La pittrice vede la ex amante ma non viene da lei vista. Come Orfeo, evocato nel film, la ragazza del fuoco, ignara della presenza dell’altra che non le si palesa, vivrà nel ricordo sublime dell’amata, da sublimare per l’intera vita.
Un film sull’idealizzazione che, declinata al femminile o al maschile, qui non cambia.

Il film è del 2019, scritto e diretto da Céline Sciamma. La pellicola ha vinto il Prix du Scénario al Festival di Cannes 2019.
Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=yRNDOCC67hA


Riflessioni Brevi

Maternità umana. La Madonna Sistina di Raffaello commentata dallo scrittore russo Vassilij Grossman.
“Perché il volto della madre non tradisce paura e perché le sue dita non stringono il corpo del suo bambino? Perché non fa nulla per sottrarre il figlio suo destino? Ella offre il bambino alla sua sorte, non lo nasconde. Né il bambino nasconde il viso nel seno della madre. Fra poco lascerà le sue braccia andrà incontro, scalzo, al suo destino…Tutto ci dice che l’uno dall’altra si staccherà, che non potrà non farlo, che la sostanza della loro unità, della loro fusione è proprio in quel separarsi.”
Questa è l’umanità dell’umano, quella che è sopravvissuta persino a Treblinka e che sopravviverà alle future guerre globali, secondo Grossman
L’umano potrà sopravvivere, sembra dirci lo scrittore, se sopravviverà una maternità che non stringe, che non sottrae il bambino al mondo e al suo destino – un destino non disegnato dal genitore – una maternità che potrà sopportare quello sguardo “adulto e strano” del bambino che affronta la propria vita. Comunque essa sarà.

Riflessioni Brevi

Non bisogna dividere l’economia dall’organizzazione familiare in maniera rigida. Anche l’organizzazione familiare può incidere sul sociale e la famiglia non è solo vittima dell’economia.

Ad esempio, cominciamo a chiedere leggi affinché i nostri ragazzi possano lavorare, per esempio in estate. Oggi ci sono norme restrittive che di fatto rendono la cosa molto difficile. Invece sarebbe un passo di grande civiltà per tutti e di evoluzione per i ragazzi.

Comincerebbero a imparare come si sta in un team di lavoro e un certo senso della responsabilità. Naturalmente si dovrà trattare di lavori retribuiti in relazione all’impegno.

Riflessioni Brevi

C’è una moda che si sta diffondendo ed è quella di trasformare i bambini in cartoni animati.
Così li reifichiamo. Non trasformiamo i nostri bambini in pupazzetti, lasciamo che i personaggi delle illustrazioni, proprio grazie alla loro diversità da loro, possano raccontargli qualcosa. L’identificazione non è mai cosificazione, appiattimento. Ci deve essere una certa distanza tra il soggetto e l’oggetto di identificazione, altrimenti è spoliazione di sé.
I cartoni rappresentano alcune parti dei bambini e anche altri aspetti non ancora sviluppati. È a questo che servono. A uscire da sé e dal loro piccolo mondo. Il bambino che si vede oggettificato in una storia che non ha scelto è incastrato lì dentro e non ha più possibilità di proiezione fantasmatica. 
Inoltre, in questi fumetti familiari, l’anima inquietante che fa di una storia, una storia per bambini, é occultata. Come diceva Maurice Sendak “i bambini lo sanno che molto probabilmente matrigna vuol dire madre e che la parola matrigna è lì per evitare di far spaventare i grandi.” Anche questi fumetti son lì per rassicurare i genitori, ma senza divertire i bambini.




Riflessioni Brevi