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Scenari perversi del materno
Scenari perversi del
materno
di Laura Pigozzi
Questa breve indagine riguarda due ambiti distinti della
dimensione del materno: il primo relativo all’ordine
simbolico dominante, che la dimensione del materno inevitabilmente
abita, e il secondo, di natura più intima, relativo
al rapporto madre-bambina.
In particolare, dall’indagine di quest’ultimo
aspetto, iniziata in maniera sistematica solo di recente nel
mondo psicoanalitico, si vorrebbe dire qualcosa circa la possibilità
di inscrizione della donna nell’ordine simbolico, obiettivo
che, ad oggi, appare raggiungibile’solo ad un prezzo
altissimo: quello che prevede il ricorso coatto a pericolose
strategie perverse da parte della donna.
La domanda sottintesa da questo lavoro riguarda l’indagine
su quale materno sia possibile per una donna sessuata, desiderante
e forte di un preciso statuto simbolico.
E’ possibile reperire questa figura, che può
esistere solo al di fuori dell’ossessione dualistica
madre-prostituta, unico frame di cui pare disporre ad oggi
il simbolico, relativamente alla femminilità?
Qual è il posto della donna? Oltre a percepirsi spesso
‘fuori posto’, la donna sembra essere senza posto.
Il materno nell’ordine simbolico.
Vorrei innanzitutto porre una osservazione terminologica.
Mi pare che l’espressione ‘il materno’,
la cui utilità nel contesto degli scambi di parola
è incontestabile, appare come attraversata –
così come il meno preciso ‘maternità’
- da una sorta di perversità di base di ordine culturale
che attribuisce più valore alla funzione –materna,
appunto- che al soggetto donna.
E questo perché le funzioni sono intercambiabili. Come
le merci. I soggetti, invece, paiono più ingombranti
e meno ordinati e, oltretutto, rivelano una fastidiosa imprevedibilità.
Dire ‘materno’ fa pensare immediatamente al ‘materno
della madre’. Una iperbole della funzione.
Che termine potremmo usare per esprimere il ‘materno
di una donna sessuata’ ? La parola non c’è.
Perché non ne esiste l’idea? Se ci fosse, si
tratterebbe un termine scomodo perché si riferirebbe
ad un soggetto desiderante, corredato di una sessualità
imbarazzante in quanto, appunto, di una madre si tratta.
La donna, anche solamente sotto il profilo di funzione materna,
ha comunque sempre rappresentato un surplus perturbante nell’anima
maschile. Lo stesso Freud, il grande indagatore che ha ripristinato
la dignità al rimosso dell’ovvio e dell’evidenza,
ha sentito la necessità di non riconoscere originarietà
al materno: esso non sarebbe che la sostituzione di qualcosa
che è più originario, cioè l’invidia
del pene. L’equivalenza (ormai si sa, arbitraria) che
Freud ha istituito tra pene e bambino gli ha consentito questa
operazione.
Eppure Freud donando senso al rimosso della psiche, ha contemporaneamente
ripristinato la dignità anche del rimosso dell’ordine
simbolico: la donna. “Freud riconosce le donne come
soggetto sotto più di un profilo”, ammette persino
la non sempre tenera Chodorow. In effetti la psicanalisi come
metodo è nato dall’indagine dell’isteria
femminile e la storia del pensiero psicanalitico conta studiose
di prima grandezza.
Dunque, benché non originario, lo statuto simbolico
della madre è pienamente riconosciuto. Anzi si può
dire che sia l’unica indiscutibile certezza simbolica
della donna. Il cui corollario è però l’impotenza
della donna, secondo la ben nota formula Onnipotenza della
madre / Impotenza della donna, analizzata dalla Mitscherlich.
Persino il Presidente Schreber , nel suo ‘delirio di
guarigione’ - che prevedeva la penetrazione fecondante
dei raggi di Dio nel suo corpo – sapeva che per essere
donna doveva essere prima di tutto madre!
Il materno come perversione appare l’altra faccia del
materno come scelta etica.
Ne Il disagio della civiltà, del 1929, Freud definisce
la sublimazione utilizzando gli stessi termini che usò
per definire la perversione. Ciò che accomuna questi
due stati sarebbe l’aver a che fare con la ‘creazione’
, che si compie utilizzando, in entrambi i casi, la stessa
energia libidica pregenitale.
Il materno può dunque certamente essere un luogo etico,
di sublimazione, ma potrebbe anche manifestare, come spesso
accade, un assetto perverso.
Si può definire perversione, la creazione di un universo
artificioso e falso, in cui deviate e ripetitive regole del
gioco, producono un repentino ed alienante aggiramento della
lacerazione del reale (responsabile del disagio).
Il materno allora può assumere forma perversa, in quanto
diviene un ‘trucco’ per aggirare un reale lacerante,
un reale in cui le donne hanno una funzione, ma non un posto
riconosciuto e valorizzato. Questo viraggio della generatività
verso una forma perversa è, a mio parere, un’icona
del moderno che racconta, tra le altre cose, della sempre
più scarsa ‘tenuta’ del modello familiare.
Forse oggi uno dei luoghi dove è più evidente
l’insinuarsi della perversione nel materno, è
l’ingegnerizzazione della genetica. La visibilità
tecnologica del corpo femminile è stata innanzitutto
possibile solo dopo aver diserotizzato il corpo materno, nel
tentativo di sottrarlo al luogo del mistero. La pseudo erotizzazione
di cui godeva il corpo materno prima dell’avvento delle
tecniche di fecondazione, era comunque totalmente alienata
perché finalizzata alla procreazione.
Se l’unico luogo di senso assegnato alla donna è
il materno, è ovvio che un destino di sterilità
può essere vissuto come menomante dell’identità
stessa. Questo aspetto da solo basterebbe a spiegare l’innaturale
sostegno che le donne danno alle sperimentazioni genetiche,
invasive del loro corpo. C’è anzi chi pensa che
le tecniche di riproduzione artificiale libererebbero la donna
dal risucchio del materno. Come c’è chi le attacca
perché pensa di salvaguardare la potenza generante
come unico valore femminile da tutelare gelosamente. Eppure
c’è ben poco da tutelare finché questa
potenza appare come un ‘compito di consegna’ (si
fa un figlio a qualcuno, lo si consegna: to deliver, come
dicono gli inglesi per indicare il partorire). Entrambe le
posizioni minano alla base la donna desiderante, identificandola
con un oggetto parziale, perversamente feticizzato: il suo
utero.
Proponendo la seduttiva via di un ‘rapido trucco’
laddove c’è un’impossibilità generativa
- sovente più psichica che puramente biologica –
la fecondazione artificiale mostra un’intima aderenza
a due tra le più decisive condizioni dello scenario
perverso: il rifiuto del tempo e dell’attesa (‘voglio
tutto e subito’, status che –per inciso- condivide
con i moderni paradigmi economici) e l’aggiramento dell’ostacolo,
come ricerca della via più breve.
Il figlio nato da questa pratica, inoltre, potrebbe certamente
accampare il diritto, che ogni perverso reclama, cioè
quello di essere ‘figlio di nessuno’. Il perverso,
difatti, che manca di identificazioni parentali sufficientemente
sviluppate, difficilmente riconosce il valore dei grandi,
intesi sia come adulti che come grandi dell’umanità,
quali esempi o modelli.
Le procreazioni manipolative producono un ulteriore effetto
di disturbo: pare che sia in crescita la sterilità
senza cause apparenti, una sorta di sterilità indotta:
la possibilità di fecondazione artificiale fa decadere
il desiderio. Può un soggetto senza desiderio essere
ancora tale?
Eppure la manipolazione genetica è spesso vissuta dalle
donne come ultima occasione, per chi non l’ha avuta
ancora, di entrare nell’universo simbolico.
Relativamente alla procreazione assistita mi pare si possa
affermare che certamente essa produca un sicuro effetto: la
radicalizzazione del narcisismo perverso del materno.
Sinché l’unico accesso possibile per la donna
al simbolico resterà la via della madre, è chiaro
quanto questa strada possa essere una scorciatoia, un trucco
perverso per ottenere un riconoscimento che presto però
mostra il suo lato oscuro e inappagante.
Segnali allarmanti si registrano, inoltre, anche nella relazione
con i figli. Come dice Freud in diversi scritti, il bambino
ha un unico desiderio: quello di essere adulto. “Egli
gioca sempre ad essere grande, e imita nel gioco quel che
riesce a conoscere nella vita degli adulti”. Certamente
il dilagante costume familiare di condivisione del letto materno
con il bambino, il più delle volte estromettendone
il padre che si accomoda nel letto del figlio, non può
che generare quella confusività generazionale di chiara
natura perversa che fa credere al bambino di poter prendere
il posto del padre, senza attendere di diventare adulto. La
detronizzazione del padre annulla nel bambino anche l’importante
sentimento di essere inserito in una catena generativa, mentre
lo prepara a sentirsi quel ‘figlio di nessuno’
dall’identità incerta. Accade pure che la confusività
generazionale prosegua anche nella vita diurna, dove il bambino
è troppo spesso messo nello stesso posto dell’adulto.
L’idealizzazione del materno, finché perdurerà
la falsificazione che si è cercato di indicare, resterà
un sostegno perverso e, per giunta, debole. Almeno finché
un solido riconoscimento simbolico non permetterà alla
donna di desiderare, liberamente, un materno non più
indispensabile al suo ingresso nell’universo simbolico.
Il materno oggi appare come teatro in cui l’elemento
centrale è l’inganno, nel senso che si è
indicato, cioè come unica possibilità di ribalta
sulla scena del simbolico. C’è una sorprendente
analogia tra la perversione e il teatro: entrami riproducono
la stessa pièce un giorno dopo l’altro, solo
che nella perversione la scena è stereotipa e fissa;
le regole perverse, una volta date, sono immodificabili. Al
momento della creazione vera sarebbe sostituito un ‘adeguamento’
a ciò che il pubblico chiede. Come se il materno fosse
uno strano teatro in cui andassero in scena solo identiche
ed alienate ‘repliche’ di una ‘prima’
autentica, divenuta ormai rimossa e forse mai rappresentata.
La relazione madre-figlia e la stereotipia nell’immaginario
Il ‘gioco di ruolo’ all’opera nel materno
- mammina felice e donna insoddisfatta, stereotipo che ha
sostituito nell’universo del discorso quello dell’eroina
romantica – prevede performances che inevitabilmente
mascherano aggressività insospettabili.
“Se non abbiamo mai notato le perversioni femminili
è perché le abbiamo sempre cercate nel posto
sbagliato: il terreno di coltura della perversione è
l’ossessione della normalità, la schiavitù
della perversione è la schiavitù dello stereotipo
sessuale di virilità e femminilità”.
Esiste dunque una chiara relazione tra stereotipo e perversione:
entrambe giungono, difensivamente, ad una de-soggettivizzazione
della scena. “Un bambino viene picchiato” è
l’ultima formulazione del sintomo, quella che dà
anche il titolo al saggio di Freud . Una formulazione depurata
dal peso del soggetto che è ridotto a puro stato di
spettatore, di occhio. La perversione, parafrasando Lacan
, ha una proprietà specifica: l’eliminazione
di tutta la struttura soggettiva della situazione, che lascia
un residuo de-soggettivato, enigmatico. Nella perversione
il soggetto manca, la dimensione immaginaria prevale.
Come rilevano molte autrici , le insospettate aggressività
del gioco materno stereotipato, si manifestano tanto più
se si tratta del rapporto madre-bambina,
Se si vuole poter dire qualcosa in merito al posto della donna
all’interno del simbolico, è necessario partire
proprio da quello che pare configurarsi come un ‘guasto’
precoce avvenuto nella relazione della madre con la figlia.
Se gli uomini vengono al mondo, per così dire, in terra
straniera, dentro un utero che non gli apparterrà mai,
per le donne la questione si pone come essere nell’utero
e contemporaneamente averne uno. Partendo da ciò, è
stata elaborata e proposta, per molto tempo, l’immagine
della matrioska, come compenetrazione simultanea di contenitori.
Ciò che però ha generato questa immagine, rispetto
alla relazione tra madre e figlia, sono parole come risucchio,
seduzione, ravage , tradimento, distruzione. E’ un’immagine
che difficilmente produce effetti di senso diversi dall’idea
di una ‘trappola’.
Appare, questa relazione, confinata totalmente nel pre-edipico,
nella dimensione immaginaria, totalmente e difinitivamente
deprivata della dimensione simbolica. “Rapport duel
et donc ambigu”, è ancora Lacan.
Ci sarebbe dunque una sorta di ineliminabile perversione
originaria, un’inevitabile precoce oscurità che
agisce nel rapporto madre-bambina? Una trappola che si pare
riproporsi in età adulta, per alcune donne, ad esempio,
nei rapporti con altre donne, con amiche e colleghe, con conoscenti
ed estranee. Rapporti spesso difficili la cui base non è,
come più sovente avviene nel rapporto tra uomini, la
lealtà. L’essere state in qualche modo ‘tradite’
dalla madre, la quale non ha trasferito valore sulla bambina,
fa spesso dubitare della lealtà dell’altra, del
suo come del proprio valore, e questo a volte mina perfino
i rapporti d’amicizia più profondi. Ecco perché
una donna spesso è la prima a non fidarsi di un’altra
donna. Dell’altra uguale a sé. Dell’altra
uguale alla madre. La diffidenza e un oscuro senso di tradimento
minano da sempre le relazioni femminili.
La precoce fantasia della bambina di donare un figlio alla
madre è così avversata, dalla madre stessa e
dal doppio divieto dell’incesto e dell’omosessualità,
che la bimba ne esce incerta per quel che riguarda lo scambio
di doni sinceri ed affettuosi con altre uguali a lei. Ha forse
qui radice anche tutto il destino dell’invidia.
Mentre il bambino tornerà ‘a casa’ in un
altro corpo femminile, la bambina, benché nata ‘a
casa’, si ritroverà per sempre in esilio. Il
non avere un posto è dunque originario per la donna?
In questa prospettiva duale madre-figlia, dove tutto si gioca
sul piano immaginario, manca quella distanza che permette
al desiderio di instaurarsi.
L’economia femminile del desiderio, appare nell’idea
freudiana come ‘desiderio di essere desiderata’
(narcisismo femminile) o come desiderio di desiderare, in
concorrenza quindi col desiderio maschile. Lacan parlerà
di envie du désir, una sorta di “versione aggiornata
dell’invidia del pene”.
Dunque se questo primordiale, ineliminabile, perverso guasto
della relazione madre-figlia esiste perché la relazione
pare confinata al piano immaginario, fuori dagli scambi simbolici,
che dire a proposito delle autrici che hanno ipotizzato una
‘madre edipica’ in grado di far uscire il rapporto
da questo empasse, da questa sorta di ‘palude’
pre-edipica, in cui non è possibile alcun passaggio
di valore, tra madre e figlia?
La madre edipica , quella che ha statuto simbolico, è
spesso apparsa come un altro modo di proporre quello che è
stato chiamato il ‘fondamentalismo’ materno. Rovesciare
semplicemente le posizioni è semplicistico: come gli
uomini ricevono le insegne falliche dal padre, così
le donne debbono riceverle dalla madre! Un gioco che appare
troppo meccanico perché possa funzionare e generare
senso.
Finché la donna si rivolgerà esclusivamente
alla madre per la propria definizione di donna, probabilmente
resterà impigliata nella perpetrazione di un materno
perverso.
La bambina, come sappiamo, ha un compito doppio rispetto al
bambino: deve attraversare due situazioni edipiche, quella
materna e quella paterna. In verità, stando a Freud,
l’Edipo paterno non si scioglie mai del tutto. In questo
fallimento della legge edipica, costitutivo della donna, si
possono pensare per essa nuovi scenari in cui il desiderio
non subisce la coercizione di un modello (contrariamente a
ciò che avviene per l’uomo), aprendosi invece
spazi all’inventiva e all’uscita dalla logica
dell’uniformità.
Se il bambino approda all’uomo solo attraverso la castrazione
paterna, espellendo la madre e i sentimenti troppo forti per
lei, la donna non ha bisogno di seguire un aut aut così
rigido ed ‘espulsivo’ verso il padre né
verso la madre. Per lei, tagli, divisioni, separazioni non
sono ciò che serve per poter esistere.
Contrariamente al primato del fallo che entrambi i sessi
vorrebbero possedere - anche in considerazione del fatto che
il fallo resta culturalmente l’unico significante dato,
in grado di rappresentare la mancanza su cui si costituisce
il soggetto in quanto tale – c’è chi ritiene,
la McDougall ad esempio, che entrambi i sessi siano, contemporaneamente,
‘fallici’ (non nel senso di fallo reale, naturalmente)
e desiderabili.
Il bambino, maschio e femmina, vorrebbe possedere entrambi
i genitori e possedere entrambi i sessi. “Per questo
la necessità di venire a patti con il proprio destino
monosessuale costituisce una delle più profonde ferite
narcisistiche dell’infanzia”.
C’è un ambito in cui per tutti, secondo l’autrice,
è sempre possibile essere maschio e femmina al tempo
stesso: è l’attività intellettuale o artistica.
Il processo di creazione sarebbe del tutto assimilabile all’immagine
della capacità generativa materna, mentre il pubblico
e la circolazione dell’opera, il suo momento sociale
per così dire, prefigura l’immagine del padre.
Se pensiamo al linguaggio come forma espressiva, intellettuale
ed artistica insieme, sappiamo che esso è già
il frutto di questa collaborazione tra i sessi. Il linguaggio
non è né maschile, né femminile. Non
proviene solo dal padre, né solo dalla madre. La Kristeva
ci ricorda che esso ha bisogno di entrambe le modalità.
Il semiotico, luogo del presimbolico e del presintattico,
perciò analogo al pre-edipico materno, è dominato
dall’intonazione, dal suono e dal ritmo. Senza questa
iscrizione primaria del materno, il simbolico – dimensione
edipica, paterna – risulterebbe nient’altro che
vuota forma.
In conclusione, questa digressione sull’attività
sublimativa umana - l’opera d’arte, l’opera
intellettuale – vuole proporre un esempio che illumini
uno dei sentieri possibili per tentare di liberare il materno
dal sintomo perverso che sembra oggi dominarlo. Se creatività
e maternità, si nutrono alla medesima fonte della pulsionalità
pregenitale, appare più che mai adeguato sondare quali
modalità dell’attività sublimativa umana,
possono costituire un modello per il ritorno del materno alla
dimensione simbolica, creativa ed etica.
Una strada che varrebbe la pena di percorrere per non abbandonare
questa modalità attuale del materno, allo stereotipo
perverso in cui pare oggi infelicemente confinato.
Pubblicato in Scenari perversi del materno, in Il
Materno. Edizioni ETS, Pisa, 2004
Tutti i diritti sono riservati
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