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L'esilio attivo della psicanalisi
L’ESILIO ATTIVO
DELLA PSICANALISI
di Laura Pigozzi
"Educarci contro il nostro tempo...Le
scienze esercitate senza alcuna misura e nel più cieco
laisser faire sminuzzano e dissolvono
ogni salda credenza; i ceti e gli stati vengono travolti da
una economia del denaro enormemente spregevole... la persona
colta è degenerata oramai nel nemico più grande
della cultura…" (Nietzsche, Schopenhauer come educatore)
Inizio col porre una questione: che ne può essere del
discorso psicanalitico quando l’ordine simbolico appare
saturato dal discorso del padrone?
La riflessione di Nietzsche, citata in apertura, mi pare offrire
un interessante angolo prospettico attraverso cui guardare
la relazione tra psicanalisi e modernità, relazione
implicita nella domanda posta.
In questa relazione la psicanalisi può agevolmente
e fecondamente occupare una posizione di ‘inattualità’,
nel senso nicciano della parola. Ed è esattamente da
questa posizione che la psicanalisi, mi pare, possa trovare
giovamento e rilancio.
Quella citazione ci dice anche qualcosa di molto ‘attuale’
intorno al tipo di rapporto che il discorso dominante instaura
nel nostro tempo - e con modalità diversissime - con
il discorso scientifico da un lato, e con quello che riguarda
la psiche, dall’altro.
In effetti anche noi, come Nietzsche al suo tempo, assistiamo
alle spettacolari e un po’ perverse performances di
una ricerca ‘scientifica’ cui viene concessa una
pressoché totale deregulation, senza legge, né
limite. E questo accade pur in totale absentia etica del discorso
scientifico.
Dall’altra parte – e non si può non notare
la dissimetria - la legge 56/89 è intervenuta per regolare
una tecnica della psiche (psicoterapia), che probabilmente
peccava - anch’essa - di registro etico, ma certamente
non più che l’altro discorso, quello della scienza.
Quindi, intervento normalizzatore dal lato del discorso della
psiche, e completo laisser faire, sul versante del discorso
scientifico. Due pesi, due misure.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che la legge 56/89 riguarda
la psicoterapia e non la psicanalisi, che è uno stile
di ascolto e non una tecnica per sbarazzarsi rapidamente del
sintomo. Ma questo lo diciamo noi analisti. La legge probabilmente,
nella sua aspirazione all’universale (in quanto legge),
ritiene che anche la psicanalisi sia di sua stretta pertinenza.
Pur se l’aspirazione all’universale, non costituisce,
di per sé, un male, la questione è che la declinazione
moderna di questa tendenza, si è degradata nell’omologazione,
nell’universo globale dove tutto è uguale: il
soggetto è uguale all’oggetto, il denaro alla
divinità, l’anima alla merce… la psicanalisi
alla psicoterapia. Ciò che è vivo ha lo stesso
valore di ciò che è morto.
La ‘Kultur’ appare, infatti, sempre meno un luogo
in cui le differenze sottili possono aver ascolto, perché
al contrario l’indifferenza, che orizzontalizza e banalizza
la varietà delle produzioni umane, sembra divenuta
lo scellerato patto che regge il legame tra gli uomini. Anzi
che in realtà, piuttosto che reggerlo, lo rende addirittura
superfluo. Non c’è il legame e il patto è
assente.
In questo vuoto valoriale, ci si potrebbe anche chiedere:
che ne è della sublimazione? L’oggetto divenuto
padrone testimonia di una sublimazione che funziona piuttosto
male, dal momento che appare chiaro quanto il ‘valore
di civiltà’ dell’attività sublimatoria
sia in pieno declino. L’attività sublimatoria
favorisce l’incontro di soggetto e oggetto, incontro
che pone una tregua al loro storico fronteggiarsi, costituendo
così un luogo dove il fare oggettuale dell’uomo
è intrinsecamente “faccenda che lo riguarda”
(nel senso heideggeriano del significato della Cosa).
Questa ricchezza e plasticità della sublimazione appare
persa e, quel che è più grave, pare sostituita
da una sorta di neutralizzazione narcisistica, di idealizzazione
mortifera e reggelante, che ha come effetto un freddo imperialismo
d’oggetto. Si svela allora l’inquietante universo
in cui il soggetto cessa di essere abitato dai valori per
oggettivarsi, al contrario, in mera superficie di icona.
Il soggetto, cioè colui che non si adegua al modello
oggettuale-iconale, che non accetta l’in-differenza,
è il “differente”, lo straniero, è
-come dice Nietzsche- “il più grande nemico”
della cultura imperante.
Nella sua in-differenza l’uomo moderno è come
Meursault - l’uomo con l’omicidio nel nome (meurtre=crimine,
assassinio) - di Camus, cioè “mort à lui
même, mais exalté d’une ivresse fade qui
lui tient lieu de passion…” (Kristeva).
Se l’indifferenza, quella di tratto psicotico, è
la cifra del moderno, forse occorrerebbe coltivare un pensiero
che faccia delle differenze e della tolleranza per esse, un
valore. Questo indubbiamente caratterizza il discorso psicanalitico.
Ma esiste anche – e qui voglio azzardare un ponte tra
due discorsi, quello delle donne e quello della psicanalisi
- una forte teorizzazione delle donne proprio intorno alla
questione della differenza.
Oggi, come mai prima d’ora, vi è una grande occasione
di incontro tra il discorso psicanalitico e il discorso delle
donne. Innanzitutto perché, anche dalla posizione psicanalitica,
è evidente come l’ordine simbolico sia diventato
qualcosa di indifendibile. Come possono infatti questi due
discorsi – quello femminile e quello psicanalitico -
difendere un ordine che tenta di espellerli entrambi? Perché
questo è ciò che significa la 56/89: chi non
sta dentro essa, è espulso. Non si può fare
una tranquilla attività psicanalitica; la psicanalisi
non può essere esercitata, o
quanto meno non dagli psicanalisti, ma - paradossalmente -
potrebbe esserlo, eventualmente, da psicoterapeuti, psicologi
e psichiatri (che ovviamente, per la maggior parte, nulla
ne sanno).
Sarebbe a dire che, dato che la psicanalisi non è una
psicoterapia, semplicemente, dal punto di vista della legge,
non esiste. Se non si conforma, non può esistere. Come
la donna, che non si conforma.
Donne e psicanalisi fanno sintomo. Il discorso femminile e
quello psicanalitico sono, per così dire, in esilio.
Non a caso entrambi i discorsi hanno a che fare con la verità,
nel senso delineato dallo scritto di Sergio Contardi. Una
verità che potremmo anche definire come qualcosa da
fare e non come oggetto da esibire, un evento e non una cosa.
Un processo transitorio che sfuma e che “domani dovremo
abbandonare, tollerandone la quota di errore che inevitabilmente
contiene.” (Carlo Sini, conferenza)
In questo senso mi pare che proprio oggi la psicanalisi, abbia
una grande occasione: quella di fare finalmente i conti con
il discorso donna. E non più solo con l’esplicito
invito alle psicanaliste ad occuparsene. Questo invito è
stato certamente un atto di lealtà e di denuncia di
un’impossibilità a procedere, da soli, su questo
terreno, da parte degli psicanalisti uomini. Eppure questa
ammissione di impossibilità è, a volte, sembrata,
piuttosto, un pensare al tema donna come un problema teorico
laterale. Mentre, invece, la psicanalisi è nata dall’analisi
di donne e ha proseguito, nella sua vena più autentica,
ascoltando ciò che di ‘femminile’ ogni
analisi rivela. Dunque la questione donna sta al centro stesso
della teoria: è una pietra angolare della sua costruzione.
Per questo donne e uomini, psicanaliste e psicanalisti, ci
dovrebbero lavorare, insieme.
Tornando alla domanda iniziale relativa al posto della psicanalisi
nella modernità, mi sento di sostenere che un esilio
attivo dal gioco delle forze dominanti, possa permettere alla
psicanalisi un luogo di trasmissibilità del valore
del soggetto e della sua fragilissima e transitoria verità.
Mi riferisco qui, esplicitamente, a quanto il “libretto
bianco” di Nodi Freudiani, del 2001, diceva a proposito
dell’esilio: “Oggi, nel tempo del suo esilio,
la psicanalisipuò riprendere identità”.
La psicanalisi rende quindi evidente la propria condizione
strutturale, che è appunto quella di abitare l’esilio.
Esilio che è ciò a cui l’inconscio stesso
ci destina. La condizione di esilio è nella struttura
stessa dell’uomo. Esiliarsi dall’esilio, sembra
più un peccato di onnipotenza e di cecità, che
un affrancamento da una condizione scomoda.
Per sua costituzione la psicanalisi sta, o dovrebbe stare,
lontano dai centri del potere, in un luogo libero che le permetta
di fare professione di incredulità rispetto alla loro
esibita onnipotenza.
Ci si aspetta, dunque, che non faccia problema, soprattutto
per gli stessi psicanalisti, l’essere della psicanalisi
fuori dall’attuale corsa verso il potere psicoterapico
e le sue accademie.
Perché la psicanalisi è inattuale. Come dimostrano,
se ce ne fosse bisogno, anche i significanti che la abitano
e che recano un forte marchio di inattualità: etica
e verità. Parole imbarazzanti per chi maneggia bene
i significanti-padroni.
Nella prefazione alla IIa delle Considerazioni Inattuali,
Nietzsche afferma che occorre agire nel nostro tempo "in
modo inattuale, ossia contro il tempo, e in tal modo sul tempo
e, speriamolo, a favore di un tempo venturo”. A favore
di un tempo venturo: perché si sta in esilio con un
fine. L’esiliato pensa al futuro, ad un futuro che riguarda
l’uomo. L’esiliato è attivo. L’esiliato
non è un eremita.
L’esiliato sta fuori dalla doxa, desolante quanto catturante;
non è preda del presente, ma rappresenta piuttosto
una risorsa critica per esso. La posizione dell’esilio
attivo è una posizione da cui può nascere una
nuova invenzione. O dalla quale sarà possibile suscitare
una nuova domanda.
La psicanalisi si interessa al futuro non perché essa
debba avere un uso politico. Freud ha sempre detto che il
discorso psicanalitico non si presta ad un ‘uso agonale’,
di lotta. Né si interessa al futuro perché essa
potrebbe farsi carico di analisi e disvelamento per l’intero
pianeta. La psicanalisi ha dei limiti. All’interno dei
quali però può operare piccoli e decisivi ‘miracoli’.
Uno per tutti: far rinascere il soggetto al proprio desiderio.
La più grande delle rivoluzioni, perché i soggetti
di desiderio sono soggetti di verità che possono incarnare,
anche, una riarticolazione dei valori. Certo, transitoria
anche questa, ma non meno necessaria e vera.
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