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Cancro al seno
Modificazioni dell’immaginario
del corpo femminile
di Laura Pigozzi
Il contratto che lega il soggetto al proprio corpo è
il misterioso
enigma di ogni essere umano.
(Françoise Dolto)
Le riflessioni che vi propongo cercano di affrontare le modificazioni
dell’immaginario del corpo femminile quale cornice in
cui pensare l’evento traumatico del tumore al seno,
ed il tipo di riparazione possibile, nel contesto di una specifica
soggettività: quella femminile.
Si tratta di una malattia che si inscena in un luogo del corpo
finanche troppo pieno di senso per una donna; si tratta dunque
di un trauma, la cui indagine analitica non può che
partire dall’essere sessuato femminile. Non mi pare
sia pensabile affrontare il cancro al seno, se, al di là
dell’indispensabile urgenza chirurgica, l’equipe
terapeutica che segue la paziente, non si interroghi sullo
specifico dell’essere donna e su ciò che l’oggetto
seno rappresenta in questo contesto.
Questo, inevitabilmente, comporta una ripresa della questione
della sessualità femminile, tenendo ben presente che
ogni questione del corpo è una questione sessuale,
perché ogni corpo è sempre, e prima di ogni
altra determinazione, biologicamente, fantasmaticamente e
culturalmente sessuato. Proporre questo tipo di approccio
significa anche opporsi ad una pericolosa desessualizzazione
che alcuni discorsi sulla psiche stanno mettendo in campo:
la quasi totalità dei discorsi psicoterapici, infatti,
ha percorso questo viraggio, dimenticando, insieme alla sessualità,
anche l’inconscio, suo imprescindibile corollario.
Volendo affrontare da un punto di vista analitico, per quanto
possibile, la questione del cancro al seno, dobbiamo mantenere
i campi di sessualità ed inconscio , in quanto costitutivi
del soggetto, come bordi all’interno dei quali il discorso
analitico può procedere.
A. Che cosa si intende per immagine del corpo
Il quadro teorico di riferimento è quello inaugurato
da Françoise Dolto, psicanalista francese che ha, con
grande successo, utilizzato la psicanalisi lacaniana per il
suo lavoro con i bambini.
Dunque partiamo dal chiarire, innanzitutto, che cosa la Dolto
intende per immagine del corpo. Chiarimento necessario in
quanto, quando si parla del corpo, è facile equivocare;
occorre sempre pensare:di quale corpo stiamo parlando? Biologico
o fantasmatico?
L’immagine del corpo è qualcosa che la Dolto
ha reperito nei disegni stessi dei bambini, e cha ha poi teorizzato
in questo modo: l’immagine del corpo è legata
al soggetto ed alla sua storia, e proviene dal desiderio.
Cerchiamo di capire meglio. Per comprendere il rapporto che
intercorre tra il reale del corpo (schema corporeo, lo chiama
Dolto, quello che si costituisce a partire dalle percezioni)
e l’immagine del corpo, basti pensare che, non solo
un corpo sano può coesistere con una immagine del corpo
lesa, ma, quel che è forse ancor più interessante,
che un corpo leso può coesistere con una immagine del
corpo sana. L’impossibilità a sublimare, e a
tradurre, cioè, in parola o immagine, interviene, quindi,
solo quando si ha mutilazione dell’immagine del corpo
e non quando vi è mutilazione del reale del corpo.
Si intuisce subito che questa operazione è comprensibile
solo considerando il valore ed il lavoro dell’inconscio.
Durante lo sviluppo, infatti, l’immagine del corpo si
struttura grazie alla storia psichica ed emotiva del soggetto,
“grazie alle emozioni dolorose articolate al desiderio
erotico”. Si capisce da questa precisazione di Dolto,
che l’immagine del corpo è un’operazione
che struttura e lega, appunto, inconscio e sessualità.
L’immagine del corpo è soprattutto inconscia,
è “incarnazione simbolica inconscia del soggetto
desiderante….rappresenta la memoria inconscia di tutto
il vissuto relazionale…[grazie ad essa] possiamo entrare
in comunicazione con gli altri…L’immagine del
corpo si struttura attraverso la comunicazione tra soggetti
e tramite la traccia, memorizzata giorno per giorno, del piacere
frustrato, represso o proibito” , cioè attraverso
quella che psicanaliticamente si chiama castrazione, operazione
necessaria perché “...genera un nuovo modo di
porsi nei confronti di un desiderio che è impossibile
soddisfare nella maniera in cui veniva soddisfatto fino a
quel momento” . In questo modo il soggetto cerca una
soddisfazione più adeguata al suo sviluppo. Se c’è
una sublimazione significa che si è avuta una castrazione,
per quanto i due termini non siano sinonimi.
Dice ancora Dolto: “Ogni contatto con l’altro,
sia esso di comunicazione o di non comunicazione, è
sotteso dall’immagine del corpo. E’ nell’immagine
del corpo, supporto del narcisismo, che il passato inconscio
risuona nella relazione attuale”.
Allora possiamo vedere che se la mediazione linguistica (la
parola dell’Altro) è fondamentale per la costituzione
dell’immagine del corpo, nondimeno, e proprio per questo,
quest’ultima si fa mediatrice quando l’accesso
al linguaggio è divenuto impossibile, quando cioè
il trauma o la mutilazione, travalicano la possibilità
di venire espressi a parole. Inoltre, quando l’intollerabilità
di ciò che il soggetto vorrebbe dire è tale
che diviene inesprimibile, il corpo si fa teatro di quell’espressione
solo attraverso la mediazione dell’immagine del corpo,
come istanza intermedia che partecipa dell’ordine immaginario,
ma anche, in parte, dell’ordine della parola (simbolico).
In questo sta la capacità di significazione dell’immagine
del corpo. “I traumi si esprimono nel corpo con la mediazione
dell’immagine corporea, incrociata al nostro narcisismo
come lo sono trama e ordito”.
La sofferenza corporea è, cioè, una simbolizzazione,
che dice che, per il soggetto, c’è ancora un
sentimento di vita da far circolare. Dove c’è
sofferenza non c’è anestesia, aphanisis, sparizione.
Dove c’è sofferenza c’è ancora desiderio.
B. Il corpo sessuato della donna e immagine inconscia
del seno.
Dopo aver chiarito in che senso usiamo l’enunciato immagine
del corpo, vediamo più da vicino ciò che ci
eravamo proposti all’inizio del lavoro, cioè
di non dimenticare che un corpo è sempre sessuato e
che il corpo della donna, lo è in maniera specifica.
Una questione che è necessario affrontare per riflettere
su un tipo di sofferenza che attacca un organo sessuale, seppur
come si dice ‘secondario’, come il seno.
Dal punto di vista storico, la psicanalisi, sulla questione
della sessualità femminile, ha conosciuto momenti di
grande confronto. Negli anni ’20 cominciò un
grande dibattito, iniziato da Freud, e proseguito da Ernest
Jones, dalla Lampl-de Groot, dalla Horney, dalla Klein, dalla
Deutch, dalla McBrunswick, dalla Bonaparte, che appassionò
la società psicanalitica per più di dieci anni.
E, in seguito, ci fu una ripresa di questi temi alla fine
degli anni ’60, nel confronto tra psicanalisi e movimento
femminista.
C’è, in effetti, qualcosa di specifico nella
sessualità femminile, c’è qualcosa che
marca distintivamente una donna, ed ogni essere che assuma
lo statuto della donna.
Lacan, nel 1972-3, in Encore, sostiene che esiste un tipo
di godimento, di cui la posizione maschile sa poco o nulla,
un godimento femminile, godimento altro, “al di là
del fallo”, un godimento che ha relazione al godimento
della posizione mistica. Altre enunciazioni per dirlo potrebbero
essere: un godimento d’abisso o un godimento diffuso.
Alcune donne parlano di sensazione di ‘ubriacatura’,
altre di impressioni oceaniche d’infinito.
Dice la Kristeva, in quel bellissimo testo su depressione
e malinconia che è Sole Nero: “…se uomini
e donne accordano un valore quasi sacro al godimento altro
, è forse perché questo godimento è il
linguaggio del corpo femminile che ha trionfato provvisoriamente
sulla depressione.”
Lacan è arrivato alla formulazione del godimento altro,
proprio per cercare di affrontare quegli interrogativi sulla
donna che in Freud prima e nel dibattito degli anni ’20
e ’60 poi, erano rimasti aperti. Dopo le diverse e oneste
impasse freudiane intorno al femminile, l’ultima formulazione
di Freud fu quella, famosa, della “donna come enigma”,
che per quanto suggestiva, non poteva evidentemente che lasciare
aperta la questione.
Il godimento de La donna, ipotizzato per la prima volta da
Lacan, alla fine della sua ricerca, è un punto di partenza
teoricamente importante per ogni indagine in questo campo.
Recentemente, per dire qualcosa di questo inafferrabile godimento
femminile, ho utilizzato, quale metafora di questo godimento,
la voce. Essa si espande, nel corpo, di risuonatore in risuonatore,
di buco in buco si potrebbe dire, producendo un’onda
sonora ad andamento concentrico. Questa concentricità
dell’onda sonora vocale, ricorda, molto da vicino, un
significante, usato dalle donne stesse, per dire del godimento
femminile. Un significante emerso, anche, in un laboratorio
di analiste sulla sessualità femminile, in cui alcune
avevano individuato nel significante della concentricità
del piacere, simile ad un’onda prodotta da un sasso
nell’acqua, un modo per dirne qualcosa in più
di quel godimento specifico femminile, al di là del
più evidente piacere clitorideo. Anche gli studi della
Montrelay hanno utilizzato quell’enunciazione quando
parla di fallocentrismo e concentricità , che rimandano
rispettivamente a Freud e Jones, come modalità che
coesistono senza armonizzarsi, sono discordanti ed incompatibili,
ed è proprio questa incompatibilità a costituire
la specificità dell’inconscio femminile. La Dolto
parla dell’immagine erogena del corpo, come componente
dell’immagine corporea associata al piacere, e di come
sia rappresentata, nei disegni infantili, con cerchi ed ellissi,
palle linee, buchi con componenti recettorie o emissorie.
Ora, come non pensare al seno quale immagine che condensa
quei due significanti?
“Durante la pubertà, dice Dolto, l’interesse
per il fallo, che nell’uomo è rappresentato dal
pene, nella donna [è rappresentato] dai seni”
e dalla loro crescita, per così dire “verticale”.
Contemporaneamente, possiamo pensare alla componente “concentrica”
del seno come simbolizzata, sempre durante la crescita, dal
movimento centrifugo di allargamento e di aumento di volume,
che porta alla maturità di un seno pieno, rotondo.
Questo movimento di curve concentriche del seno è stato
anche rappresentato graficamente nell’arte arcaica e
nell’arte moderna, per esempio in Maternità di
Mirò in cui un seno è dipinto da cerchi concentrici.
Sul piano anatomico, si può rilevare che i lobi del
seno che produco latte, sono disposti in cerchi concentrici
intorno al capezzolo. Sul versante diagnostico, si può
ricordare che uno dei tre modi per esaminare il seno è
il movimento ad anelli concentrici che si chiudono in una
spirale intorno all’area del capezzolo.
Ipotizziamo che l’immagine del seno possa funzionare,
per una donna, sul piano immaginario, oltre che come oggetto
da sempre perduto, concetto su cui torneremo più avanti,
anche come luogo e metafora di quel godimento femminile così
difficilmente esprimibile. Pensiamo anche che questa immagine
del seno occupi un posto centralissimo durante lo sviluppo
da bambina a donna e, dunque, lungo tutto il processo di modificazione
inconscia dell’immagine del corpo femminile. Il seno
che cresce è anche la principale fonte di preoccupazione
in alcune manifestazioni della clinica femminile. Pensiamo
alla posizione anoressica che nel seno che cresce e diviene
rotondo e pieno, concentra frequentemente la paura di ingrassare
e l’orrore per la gravidanza a cui l’associa (ricordiamo
che, ad esempio nella lingua francese, grossir, ingrassare,
è pressoché identico a grossesse, gravidanza).
Vale forse la pena di sottolineare la differenza tra la modificazione
e l’accrescimento di un corpo femminile e di uno maschile,
per comprendere come l’immaginario del corpo femminile
possa essere diverso e, probabilmente, più complicato,
in quanto deve far fronte a fenomeni più complessi.
Mi pare che la specificità dell’immagine del
corpo femminile, sia connessa al fatto che il corpo della
donna non rimane mai uguale. In questo senso: se sul versante
maschile della questione, dal bambino all’uomo, c’è
un accrescimento, diversamente, dalla bambina alla donna,
la modificazione dell’immagine del corpo è meno
lineare, a causa delle traumatiche trasformazioni subite nelle
varie fasi di sviluppo.
Le mestruazioni, il seno che cresce, la gravidanza, il parto,
la menopausa, possono più facilmente, per la radicalità
che mettono in scena, essere investite da sentimenti d’angoscia.
Le modificazioni dell’immagine del corpo femminile non
possono cioè prescindere dall’avere a che fare
continuamente col divenire, con il nuovo e l’inaspettato.
In ogni fase dello sviluppo del suo corpo, la donna impara
a fare un lutto della fase precedente.
L’abbordamento della femminilità si può
configurare, dunque, come un vero percorso ad ostacoli. Sul
versante positivo della questione, si può dire che
la femminilità appare attraversata da un certa fluidità,
mobilità, da una qualità trasformativa, mentre
la posizione maschile può mostrare un maggior agio
con la fissità, l’accrescimento e la quantità,
in coerenza con il tipo di evoluzione corporea a cui il corpo
dell’uomo è sottoposto.
In questa evoluzione del corpo femminile, non possiamo non
pensare come l’immagine del seno possa configurarsi
come incontro o scontro tra maternità e femminilità.
In un certo senso possiamo pensare al seno come al luogo dell’amore,
nel senso che il rapporto al seno della madre, per molto tempo,
resta come il modello della relazione amorosa , e il rapporto
all’oggetto seno, il prototipo della relazione d’oggetto,
cioè, per esempio, relazione con l’altro amato.
Ma il seno è, in quanto oggetto della pulsione, fondamentalmente
perduto. Non lo si è mai posseduto, ne mai lo si possiederà.
Sfugge da sempre e per sempre. Esattamente come accade all’altro,
l’altro che amiamo, che ne prende il posto nella relazione
d’amore. La relazione d’oggetto è, quindi,
fondamentalmente una relazione alla mancanza d’oggetto.
All’origine del desiderio c’è un oggetto
della pulsione che è costitutivamente perduto. L’oggetto
seno manca da sempre. Da quanto detto si può cogliere
che il ritrovamento dell’oggetto seno nel rapporto amoroso,
non ha nulla di felice, in quanto è sempre in perdita.
L’altro che amiamo non soddisfa mai il desiderio, ma
piuttosto lo organizza, attraverso la sofferenza e la mancanza.
Il seno è situato sullo sfondo di un godimento perduto
(costitutivamente).
Cosa significa dunque, per una donna operata al seno, perdere
sul piano reale, qualcosa che è già da sempre
perduto? Prima che si producesse la reale mutilazione operatoria,
cioè, su un qualche piano, la separazione, l’amputazione
e il taglio ci sono già stati. In questo “lutto
impossibile per l’oggetto materno” , la donna
operata al seno incontra la malinconica descritta dalla Kristeva:
“La malinconia, ha il temibile privilegio di situare
l’interrogazione dell’analista all’incrocio
del biologico e del simbolico” . Proprio quel che accade
dell’interrogazione dell’analista relativamente
ad una paziente operata al seno.
L’incontro con il reale del cancro, porta il soggetto,
in un lasso di tempo tremendamente breve, ad una perturbazione
così violenta della propria vita psichica, tale da
rendere quasi impossibile la normale capacità di elaborazione.
La ‘caducità’ smette di essere un vago
concetto filosofico, per irrompere con violenza nella realtà
della vulnerabilità del soggetto.
Non considererei l’operazione al seno come appartenente
all’ambito della castrazione, ma piuttosto a quello
della mutilazione. L’esito di una castrazione è
una umanizzazione , nel senso che attraverso le prove che
il desiderio deve affrontare, la soggettività compie
un percorso, in un certo senso, evolutivo.
Dai casi della Dolto sui bambini che hanno subito mutilazioni
corporee post natali, sappiamo che un corpo non leso può
coesistere con una immagine del corpo lesa, e che, viceversa,
un corpo leso può coesistere con una immagine del corpo
sana. Una mutilazione reale, dunque, può approdare
ad una mutilazione sul piano dell’immaginario del corpo,
cioè sul piano inconscio, oppure non approdarvi. Nel
caso in cui anche l’immagine del corpo risulti lesa,
ciò che è stato attaccato è la possibilità
stessa di desiderare. E’ il desiderio stesso a non avere
più alcun valore. Siamo nella tentazione dell’aphanisis,
della sparizione, della spoliazione, dell’anestesia.
Qui il lavoro analitico avrà di mira la paziente, attiva
attesa di un’apertura che permetta di dire la sofferenza.
Nel dire la sofferenza, il desiderio ricompare, prende la
parola, struttura il discorso. La sofferenza è pulsione
di vita che porta con sé la possibilità di essere
detta.
Quando invece la mutilazione reale non produce una mutilazione
sul piano dell’immaginario, il desiderio è ancora
vivo, il soggetto, pur in grande sofferenza, ed attraverso
essa, è in grado di fare un lavoro di elaborazione.
La mutilazione può approdare, dunque, attraverso percorsi
di cura che rielaborano il male, la sofferenza, l’evento
impensabile ad un rilancio della soggettività. Trasformare
la mutilazione, quale dato bruto di una realtà così
eccedente da risultare insimbolizzabile, in una sofferenza
densa di significato, è lo scopo e la ragion d’essere
di ogni intervento di cura in questo ambito. Il cancro può
costituire perfino un’occasione di mobilizzazione delle
risorse del soggetto.
Ciò che è impossibile da dire, spesso prende
altre vie rispetto alla parola, vie che possono attaccare
il corpo, il quale può anche trasformarsi in teatro
dell’inesprimibile. La psicanalisi è luogo di
parola. Ma di quale parola di tratta? Innanzitutto di una
parola che sorge dall’impasse del soggetto e che viene
accolta e riconosciuta nel transfert con l’analista.
Il riconoscimento che la parola del soggetto ha valore, permette
a quest’ultimo di non sentire più l’Altro
come assente e poter così rispondere a questa presenza
senza essere costretto a simbolizzare unicamente con la malattia
del corpo.
Si tratta evidentemente di intraprendere un lavoro analitico
molto difficile, irto, tra l’altro, di importanti prove
controtransferali per l’analista: può anche succedere
che “il malato sopporti meglio di noi ciò che
sta vivendo, rinviandoci alla nostra propria paura della malattia
e della morte”
Abbiamo detto quale percorso a ostacoli possa essere, per
una donna, il confronto con i cambiamenti normali, biologici
del suo corpo. Possiamo supporre che questo allenamento alle
trasformazioni la rendano, in qualche modo, capace di affrontare
questo evento catastrofico di trasformazione cellulare? E
su quale piano?
Certamente una donna, per il lungo allenamento cui la sua
realtà biologica la sottopone, ha più facilità
a saperci fare con le trasformazioni interne del proprio corpo,
piuttosto che con le trasformazioni, benché salvifiche,
che arrivano dall’esterno, dal bisturi del chirurgo,
ad esempio, e da tutta la macchina tecnologica che, sul piano
reale, la può salvare.
Due piccoli esempi di questo: nelle immagini oniriche delle
pazienti operate di cancro al seno, l’intervento chirurgico
è spesso rielaborato, immaginariamente nel sogno, come
un’aggressione fulminea, a cui la sognatrice non pare
essere preparata e a cui fatica a sottrarsi. Ecco i due frammenti
di sogno: “Ho sognato che mi pugnalavano al seno”,
in questa immagine onirica emerge la violenza senza volto
dell’irrompere della malattia, ma, probabilmente, anche
dell’intervento chirurgico. Altra immagine: “La
mia amica infermiera (in realtà fa l’insegnante)
mi sta facendo un controllo con l’ago aspirato, ma io
non voglio e non ho il coraggio di fermarla”. Qui, nell’amica
infermiera-insegnante, si condensa molta dell’ambivalenza
della paziente verso il mondo medico, un mondo che desoggettivizza
la persona al punto che il paziente, spesso, non ha più
voce in capitolo.
Quel che, cioè, succede sul piano immaginario è
interessante. Le donne sembrano saperci fare meglio con la
diffusività del cancro, che con la salvazione del bisturi.
Forse che la diffusività del cancro, benché
pericolosa, può essere vista, nel mondo inconscio dove
gli opposti si scambiano, come un viraggio, seppur per una
via diversa, del godimento femminile? Lascio aperta la questione.
Concludendo mi chiedo: possiamo dire davvero come si modifica
l’immaginario del corpo femminile nell’incontro
con un evento così enorme come il cancro al seno? Qui
occorre interrogare direttamente le donne.
E’ difficile parlare di fantasmi femminili anche perché,
come sappiamo, di donna non ce n’è una uguale
all’altra. La logica dell’universale è
sospesa per le donne. Allora mi pare davvero importante rimandarvi
alla giornata del 12 giugno, dal titolo “La rappresentazione
soggettiva del male”, dove si analizzeranno appunto
le soggettive metafore oniriche prodotte dalle singole pazienti
operate di tumore al seno, perché i fantasmi relativi
al cancro al seno, pur presentando alcune regolarità,
sono specifici per ognuna. Questo deve sapere chi si deve
occupare, persino chirurgicamente, del problema: le donne
occorre ascoltarle, una per una.
Pubblicato in: Modificazioni dell'immaginario del
corpo femminile, in Le donne e il cancro al seno.
Edizioni Metis, Milano, 2004
Tutti i diritti sono riservati
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