Dott. ssa Laura Pigozzi Posts

Ha lasciato un diario, di quegli ultimi allucinati giorni, la figlia di 48 anni – figlia ancora, non passata allo statuto di donna – che si è tolta la vita dopo la morte della madre di 71, avvenuta pare per una brutta caduta (l’autopsia è in corso). La figlia, dopo 10 giorni di convivenza col cadavere della madre – segno che nemmeno la morte ha potuto separarle – si è impiccata alla maniglia della porta della cucina. Il suicidio per autoasfissia mette in primo piano la gola e parla spesso di una mancanza d’aria e di parola soggettiva. Vivevano sole e ritirate, uscivano solo per i cagnolini, povere bestiole che hanno trovato la morte insieme alle padrone. Erano quasi mummificate, così come fu la loro vita, se così si può chiamare.
Epilogo tragico di una relazione inseparata e claustrofilica che sarebbe necessario non venisse più definita dai giornali come “riservata”. Vita riservata o “persona riservata”, definizione che non raramente si riserva agli assassini, sono un’altra cosa.
Questo evento impossibile è solo quantitativamente – e non strutturalmente – differente dall’intolleranza alla separazione, diffusa nelle relazioni famigliari contemporanee, che dà origine a moltissimi altri fenomeni più o
meno patologici. Un continuum, che si svolge su una stessa linea, unisce un tale gesto estremo – seguire la madre dopo averne respirato la morte per giorni – con la reazione meno psicotica di altri figli (più spesso figlie) che, benché pienamente adulte, mostrano una insopportabilità fuori dal comune nei confronti di quell’evento dolorosissimo ma naturale che inevitabilmente arriva nella vita di ciascuno: la morte della madre. Quando tale sofferenza diventa sconfinata, senza bordo, essa trascina il figlio/la figlia in un abisso malinconico in cui resta rinchiuso/a per troppo tempo.

Chi non arriva a considerare tale tristissima circostanza come un accadimento naturale, in cui si soffre moltissimo ma non se ne muore, ripete forse una fallita esperienza dello svezzamento dalla madre primitiva che è l’unica che veramente tiene in vita. Ecco che allora la scelta, forse inconscia e quindi più vera, della maniglia della cucina a cui si è impiccata questa triste figlia, assume ancora più senso e allude forse a un cibo che non ha mai potuto diventare simbolico e civilizzato ma è rimasto neonatale o addirittura uterino, come uterina era la loro casa. E’ la morte della madre che nutre da sempre, e per sempre, quella che più facilmente trascina con sé anche la figlia o il figlio.

(Il dipinto è di Edward Munch, La madre morta e la sua bambina(1899) e descrive l’età – l’infanzia- in cui ci si aspetta una disperazione che sembra senza un domani. Eppure la bambina diverrà una donna.)

Riflessioni Brevi

Sono stata contenta di essere stata invitata ad un programma così popolare come Forum e di aver potuto commentare il caso interessantissimo di una perversione madre/ figlia che mi ha permesso di parlare delle logiche sottese dalla manipolazione: una architettura del discorso che imprigiona anche quando il captato o la captata capisce, vagamente, che qualcosa non quadra.
Si tratta di quella logica perversa che si dovrebbe imparare a riconoscere presto. Forse se ne potrebbero addirittura fare dei corsi nelle scuole, così come per le basi elementari della psicoanalisi (pur se profondamente diverso dal fare un’analisi).
Se la manipolazione fosse più riconoscibile avremmo meno violenze, sia grossolane che sottili (così micidiali), meno abusi familiari e persino meno femminicidi.
E potrebbe persino aumentare quella responsabilità soggettiva, così necessaria per vivere e amare, che non può esistere senza la separazione dal nucleo originario.

Riflessioni Brevi

Alle ragazze che iniziano oggi la scuola.
Le vostre colleghe afgane temono che gliela chiudano e con ciò possano ripiombare nel terrore dell’ignoranza e della dominazione maschile, con l’angosciante corollario dei matrimoni imposti a 13 anni.
Anche se in qualche giorno la scuola può sembrarvi una prigione, essa è libertà di scegliere la vita, è quel coraggio che senza conoscenza resta avventatezza, è la possibilità di esistere senza dipendere dal desiderio altrui. È poter trovare le parole per il vostro intimo e unico desiderio che, in assenza di quelle, non si realizza perché resta sconosciuto, inattingibile.
“Fatte non foste per viver come brute”: è Dante declinato al femminile.
A ogni dominazione è utile l’ignoranza della vittima.
E al 46esimo femminicidio del 2021 in Italia conviene ricordarselo.

Riflessioni Brevi

Un sorellicidio tra i boschi dell’Etna. Lucrezia, 37 anni, è stata accoltellata alla gola, probabilmente in modo premeditato, dal fratello di 22 che viveva ritirato in casa da mesi. Naturalmente il movente è oscuro, hanno parlato di denaro prestato dalla sorella che il ragazzo non riusciva o non voleva restituire oppure di denaro che i genitori elargivano maggiormente alla figlia. Come se il movente-denaro potesse essere una “spiegazione” tangibile e ultima per un delitto. Stessa spiegazione ci è stata servita per il matricidio reale operato dalle due sorelle simbiotiche di Temù, che condividevano il fidanzato.
Il ricorso al movente-denaro, che chiude ogni indagine psichica ulteriore, mostra il grave livello di ignoranza collettiva sull’uomo e le sue pulsioni, nonché lo stadio etico di una società che reputa plausibile quel movente. Così si rischia di pensare che il denaro sia un “in sé” e non anche uno dei più comuni luoghi di proiezione inconscia dei fantasmi di ciascuno.
I delitti che avvengono in famiglia hanno moventi famigliari e, a questo proposito, tornando alla povera Lucrezia di Catania, appena appresa la notizia del suo assassinio, mi sono chiesta : cosa ci faceva ancora in casa, a condividere dinamiche asfittiche, a 37 anni?
Aveva un fidanzato che hanno definito “storico” – aggettivo che non suggerisce una condizione di soprassalto del desiderio – con cui pensava al matrimonio.
Ci pensava, ma di fatto era ancora a casa.

Riflessioni Brevi

28 medaglie olimpiche a Tokyo 2021 hanno acceso molti riflettori, anche troppi e non sempre ben a fuoco.
Le interviste alle mamme dei campioni sono tra quelle meno adeguate ma ben illuminanti della solita realtà italiana. I riflettori sulle mamme (di papà ben pochi) sono svilenti non solo per il figlio ma anche per una certa dignità nazionale: gli atleti non sono trattati da campioni che rappresentano l’Italia, ma da figli delle loro mamme.
Sembra dunque che il nostro orizzonte sull’”epica della nazione” non vada troppo aldilà del solito inno alla mamma italiana. Che è un po’ come dire che uno nasce già campione, esce così dal ventre materno! Poca valorizzazione di tutto ciò che per il figlio è venuto dopo: fatiche, gioie, dolori, frustrazioni, successi, tutte cose accadute lontano dal focolare e che solo lontano da esso potevano avvenire a rendere intensa la vita.

Riflessioni Brevi

È destino che, in questi giorni, anche chi non capisce nulla di calcio come me, si trovi a parlarne. Tirata per la giacchetta a commentare il giocatore che davanti alla telecamera ha detto “mamma guarda qui” mostrando la medaglia, faccio una piccola riflessione. Sono piovuti un sacco di commenti su quanto sono bravi e amorevoli verso la mamma questi giocatori, eppure il plusmaterno, più che nelle parole del giocatore, lo troviamo nei commenti intorno a un gesto che poteva essere semplicemente simpatico e affettuoso. Infatti, non è che il giocatore abbia detto: “mamma questa medaglia te la dedico, é per te”. Ha detto invece: “mamma guarda qua”, un po’ come quando Jovanotti cantava: “mamma guarda quanto mi diverto”. Voglio dire che, in entrambi i casi del giocatore e del cantante, l’accento è sul figlio, non sulla mamma.
Invece i commenti spostano l’enfasi sulla madre…

Riflessioni Brevi

Emerald Fennell è una regista inglese che nasce come attrice e poi fa un film – visto ieri sera al cinema – nominato agli Oscar sia per la migliore regia che per la migliore sceneggiatura originale. Il film s’intitola “Una donna promettente”, ma se vi aspettate il panegirico del femminile non andate a vederlo: pur trattando del tema del consenso femminile al rapporto sessuale non è lavorato in maniera né apodittica né ovvia. Al contrario, fa discutere come dovrebbe fare ogni buon film e ogni buon romanzo che deve avere in pancia non una tesi ma un problema, un trauma che non si risolve in una fine lieta e bugiarda. Infatti, il film prende la sua luce proprio dal finale duro, precisamente quello che molti le hanno contestato, quello che invece è il suo valore e che illumina l’impossibilità a romanticizzare sia nelle relazioni uomo-donna che in quelle donna-donna. Qui sta, a mio parere, la cifra del film, in un finale traumatico e necessario. Necessario a cosa? A due questioni: la prima a che nessuno dimentichi l’abissalità cui possono portare le relazioni di tipo sororale tra amiche. E la seconda a che nessuna delle nostre ragazze pensi che la vendetta sia una soluzione: far da sé non è vittorioso, per quanto la finezza dell’intelligenza dei sipari e dei piani che la protagonista pone in essere possa spingere all’identificazione. Un noir elegantissimo e raffinato.
Da non perdere.

Riflessioni Brevi

Buona notizia. Si rifà il processo alla donna che si è vista negare il diritto al riconoscimento di stupro perché non aveva urlato.
Il terrore può essere muto.
Urla chi può dentro di sé convocare con urgenza un terzo, qualcuno da cui anche se non è presente si può sentire intimamente soccorsa. A volte le vittime prescelte dagli ignobili dal fiuto perverso sono donne di cui nessuno si cura, le silenziose male amate.

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A proposito della appena passata festa del papà, ho discusso con una formatrice per maestre sull’opportunità di far fare i lavoretti per la festa del papà. Lei sosteneva che non fosse il caso, visto che in classe puoi avere un bambino con un papà morto, magari recentemente, o assente.
Io credo invece che il lavoretto potrebbe essere l’occasione per fargli scoprire una figura paterna sostitutiva. Ci sarà uno zio, un nonno, un fratello maggiore, un insegnante maschio, un allenatore a cui dare il prodotto del suo impegno. I lavoretti non sono consumistici e servono a meditare sulle figure parentali o sostitutive che, in casi di

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Avvertenza: post lungo e ad alto contenuto di antipatia (ma alla fine ci sono due bei raccontini)
Festa del papà con tre dediche: 1. ai padri separati(ndi);
2 .ai padri invadenti; 3. ai padri di cui si ha nostalgia

1. Dedicato ai papà separati o separandi:

Un affido davvero condiviso non può che comportare la doppia domiciliazione: moltiplicare le case, aggiungendo anche quella del padre, è una ricchezza per il bambino. La dislocazione riguarda l’umano: i luoghi di lavoro e di incontro, le abitazioni, gli amici, i luoghi pubblici. E allora, perché il bambino non può avere due case? Ritenere che il figlio di genitori separati debba aver- ne una sola non implica forse un’idea di casa come prolungamento dell’utero materno, ambiente tossico e passivizzante, invece di aprirsi al pensiero di case diverse

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