Dott. ssa Laura Pigozzi Posts

Porre il tema sembra già rivoluzionario. L’incesto materno, sebbene sempre esistito, oggi appare ad alto contagio: prolungamento esagerato dei gesti di cura, esso può sembrare un eccesso curioso, bizzarro e non un abuso, qual invece esso è. E può protrarsi fino alla vita adulta del figlio, minando le sue relazioni. Una donna mi racconta che quando è in vacanza al mare, a casa dei suoceri, la madre di suo marito entra a svegliarli nella loro camera, senza bussare, scosta le coperte e, dato che il marito ha l’abitudine di dormire nudo, con una mano gli strofina giocosamente il membro con ridolini complici. Alle proteste della moglie, la suocera risponde sorridendo: “ma sono sua madre!”
Su questo argomento, oltre a queste

riflessioni che rimandano al libro Mio figlio mi adora (Nottetempo,2016), posto l’articolo al link qua sotto, scritto da colleghi che non conosco, di indirizzo lontano dal mio, perché è importante che tutti insieme si inizi a mettere sul tavolo la rilevanza della pedofilia femminile. Più mimetica e subdola di quella maschile, ma non meno devastante. E’ sotterranea e quindi meno riconoscibile.
Cito dall’articolo, che a sua volta cita dal libro E se l’orco fosse lei? (Franco Angeli, 2010): “Se diamo un’occhiata alle storie personali dei pedofili, scopriamo che il 78% dei maschi pedofili riferisce di essere stato abusato da una figura femminile, in particolare dalla madre” (Petrone, Troiano, 2010)
Pedofilia femminile: quando la donna abusa di un minore http://www.stateofmind.it/2019/07/pedofilia-femminile/ di @stateofmindwj

Riflessioni Brevi

05 LUGLIO 2019 di MARINA CAPPA Vanity Fair

La vita (auto)distruttiva degli adolescenti: da un film alla realtà

La psicoanalista Laura Pigozzi sull’«Ultima ora» e le responsabilità dei genitori nella società di oggi

In classe, i ragazzi sono impegnati a finire il compito. All’improvviso, un botto sotto le finestre. È il corpo del professore, che si è buttato giù senza una parola. Inizia così L’ultima ora di Sébastien Marnier, appena uscito nei nostri cinema con il divieto per i minori di 14 anni. Da quella prima scena nasce una storia in cui i protagonisti sono gli studenti adolescenti (tutti ottimi voti e famiglie formalmente ineccepibili) e il supplente che cercherà di capire i loro comportamenti all’apparenza normali, ma dietro i quali si nasconde un progetto devastante.


Di ragazzi e famiglie si è occupata a lungo la psicoanalista Laura Pigozzi, che ha appena pubblicato Adolescenza zero. Hikikomori, cutter, ADHD e la crescita negata (ed. nottetempo) e che ragiona su questi temi dopo aver visto in anteprima L’ultima ora.

La prima reazione al film?
«Nel mio libro parlo dell’attrazione per l’abisso in una società senza funzione paterna e il film è esattamente questo: i genitori sono assenti, gli insegnanti di ruolo sono inservibili, il preside è come i genitori ricchi impegnato solo a rastrellare titoli e buoni voti. Il supplente (l’attore Laurent Lafitte, ndr) è l’unico che guarda gli studenti e si preoccupa per loro, mentre in genere gli adulti se ne occupano ma non preoccupano: non investono nel loro futuro se non formalmente. Questi ragazzi non hanno una guida, un vero maestro e quindi sono da soli».

Il suicidio iniziale del professore rappresenta questa abdicazione?
«Sì, è l’assenza oggi del padre, che spesso si autoelimina».

Non è vero che i padri oggi sono molto più presenti?
«Lo sono per le faccenducce, cambiare i pannolini o portare il bambino al parco. Ma nell’educazione vengono fatti contare sempre meno, non incidono nelle scelte educative, etiche».

E le madri?
«Sono molto presenti, anche troppo. Non riescono a staccarsi dai figli e creano rapporti di dipendenza, che generano forme di autodistruzione. E’ un passaggio cruciale: l’autoaggressione è quel distacco dalla simbiosi che non riesce, se non in forma patologica. Bisogna essere in due a volere la separazione, momento iniziale della crescita. Un ragazzo da solo può non farcela».

Rispetto alle famiglie, la funzione della scuola qual è?
«La scuola va sostenuta, è l’ultimo baluardo della formazione e delle separazione, l’ultima chance per i ragazzi di fare legame sociale fra di loro e costruire un nuovo mondo».

Nel film i compagni di classe formano un gruppo forte.
«Ma non è un gruppo dei pari: c’è un solo capo, Apolline. È un gruppo totalitaristico, emblema di un modo di pensare fanatico e anche un po’ idealizzante. Il modo in cui parlano di ecologia è questo, cioè un modo che resta incollato, nella modalità della ripetizione ossessiva, alla visione dei padri e non cambia le cose».

In che senso?
«Costruire un nuovo mondo significa non restare fedeli a quello dei genitori, tradire i padri. Qui il tradimento non avviene, i ragazzi non mettono a morte il sapere dei genitori anzi lo idealizzano come unica verità, quindi diventano fanatici. E in nome di questo fanatismo si effettua la distruzione».

Però progettare la distruzione, come fanno nel film, non significa ribellarsi ai genitori?
«Solo apparentemente. In realtà, quei ragazzi con gli adulti non hanno veri conflitti. Se manca il conflitto con la generazione precedente cade l’impianto della società, non si crea il nuovo mondo. E gli adolescenti che non confliggono con noi, lo fanno con se stessi, quindi si autodistruggono. Questa è la mia lettura del loro autolesionismo. In famiglia si è contenti se i figli prendono buoni voti. Ma per noi voti troppo buoni sono un allarme».

Tornando alla scuola: con gli adolescenti, come fa ad assumere un ruolo che non hanno avuto i genitori?
«È vero, però è fondamentale. Da qualche parte bisogna lasciarespazio al pensiero critico. Ad esempio vorrebbero più ore di Filosofia – come stanno facendo in Gran Bretagna che la stanno inserendo sperimentalmente anche alle elementari – e anche, perché no?, elementi di psicoanalisi, un minimo di formazione che ti permette di sapere che l’angoscia si può trasformare, che l’abisso si può affrontare: ciò fornirebbe tasselli alla funzione paterna perduta».

Quali sono questi tasselli?
«Che con il mondo si devono istituire compromessi. È necessario passare dalla totalizzazione dell’idealizzazione infantile alla parzializzazione della vita adulta dove si fanno compromessi e si perde inevitabilmente qualcosa. Invece oggi la perdita è tabù, perché c’è la capitalizzazione di tutto, a livello politico come economico. Si è perso il segno umanizzante della perdita. Ma se non scendi a compromessi diventi un terrorista, perché entri nella dinamica fanatica».

Il fanatismo riguarda anche ragazzi figli di genitori «liberal»?
«Noi abbiamo combattuto i nostri genitori, ma non siamo stati capaci di farci combattere dai figli, non abbiamo tollerato il conflitto. Abbiamo pensato idealisticamente di creare una famiglia perfetta, ma la famiglia perfetta è diventata soffocante, totalitaria. E il totalitarismo del bene è ancora più difficile da combattere, mentre per noi era facile: il nemico era il patriarcato. Adesso noi adulti siamo accoglienti, cerchiamo di capire i ragazzi: e allora come fanno a combatterci?».

Dovevamo evitare di capirli, non accoglierli?
«Non li abbiamo allenati alla resilienza. Quindi i ragazzi cercano di auto traumatizzarsi perché qualcosa non è stato dato loro. Quando mettiamo il bambino nel lettone perché è spaventato dal buio, gli stiamo impedendo di allenarsi alla resilienza, di affrontare le sue paure».

In Italia L’ultima ora è vietato ai minori di 14 anni: che cosa ne pensa?
«Si dice che il rischio è l’imitazione, ma chi vuole trova già tutto online. Il fatto è che, ancora una volta, vogliamo proteggere i ragazzi. Però, il divieto funziona come il proibizionismo sull’alcol: all’epoca bevevano tutti come spugne».

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Adottati famosi: Mosé, Edgard Allan Poe, Nelson Mandela, Steve Jobs, John Lennon

Le istituzioni che si occupano di valutare i genitori adottivi li sottopongono a test rigorosissimi. Invece di test estenuanti, e a volte sadici, bisognerebbe forse sostenere che i genitori adottivi fanno scuola di alterità, per tutti e soprattutto per

Riflessioni Brevi

L’ Age Mûr di Camille Claudel

Non fu solo il mancato matrimonio con Auguste Rodin il nucleo del delirio di persecuzione di Camille Claudel. In realtà ci fu una vera ingiustizia professionale. Nel 1894 Camille aveva scolpito un trittico di grande impatto emotivo e artistico, L’âge Mûr ou les chemins de la vie (L’età matura o i sentieri della vita), capolavoro che colpì un ispettore del Ministero delle Belle Arti che immediatamente

Riflessioni Brevi

Auguste Rodin, Masque de Camille Claudel, 1895(?)

Quei trent’anni di internamento furono completamente ingiustificati. Vediamo perché.

Il suo fu un delirio sistematizzato di persecuzione, secondo i criteri dell’epoca, un delirio, cioè, che non si era infiltrato in tutto il suo sistema ideativo, non contagiava tutto il pensiero. Camille credeva che il suo ex maestro di scultura, e amante appassionato, il celebrato Rodin, fosse in realtà un mostro che aveva tentato di avvelenarla e che, per di più, faceva a pezzi altre donne (una metafora – lei stessa era a pezzi- immaginata da Camille come reale). Il peccato di Rodin fu

Riflessioni Brevi

Camille Claudel aveva un fratello che avrebbe potuto salvarla dagli immeritati 30 anni di internamento. Ma non lo fece, eppure le era molto affezionato. Era un diplomatico, uno scrittore, un poeta: è possibile essere tutto questo e contemporaneamente un pusillanime patentato? Non la aiutò perché era un debole sottomesso alla madre o, più semplicemente, fu un calcolatore che beneficiò di una parte dell’eredità di Camille? L’eredità che Camille perde con l’internamento è di un milione e mezzo di franchi del 1913. Nel contempo, sua madre decide di chiedere il suo trasferimento dalla prima classe dell’ospedale psichiatrico – che costava 12 Fr. per giorno e garantiva una camera individuale -, alla terza classe, per una spesa giornaliera di 6 Fr. Ma la cosa più drammatica è che quest’eredità proveniva dalla morte di suo padre di cui Camille viene tenuta all’oscuro dalla famiglia, se non fosse stato per suo cugino Charles che riesce occultamente a farle pervenire una lettera. Il padre di Camille muore qualche giorno prima che Camille venga internata. Viene da chiedersi se l’internamento d’urgenza abbia avuto in qualche modo a che vedere con lo scippo della parte di eredità di Camille.

Camille scrive al cugino Charles: “il povero papà non mi ha mai visto per ciò che sono; gli si è sempre stato fatto credere che io fossi una creatura odiosa, ingrata e cattiva”. Camille chiede al cugino di andarla trovare in ospedale, ma la madre ha isolato la figlia da ogni visita, all’eccezione di se stessa, del fratello e della sorella. “Le visite possono eccitarla”, scrive la madre al direttore del manicomio. Sarà forse per questo che lei non andrà mai a trovare la figlia ospedalizzata. “D’altra parte, sostiene la madre, mia figlia quando abitava a Parigi non riceveva nessuno, dunque perchè ora vorrebbe avere delle visite?”




Riflessioni Brevi

Camille Claudel fu una scultrice così grande da rivaleggiare con Auguste Rodin, di cui era stata allieva e amante. L’occasione di parlare di lei mi viene dal fatto che ieri ho tenuto una conferenza nell’ospedale psichiatrico di Montfavet (Avignone) e ho raccolto le storie della gentilissima direttrice del piccolo museo, a lei dedicato, che si trova all’interno dell’ospedale in cui Camille venne internata dal settembre del 1914 all’ottobre del 1943. Il suo primo internamento fu a Parigi ma, allo scoppio della prima guerra, l’ospedale psichiatrico di Parigi divenne quartier generale delle forze armate e quindi i degenti vennero trasferiti in questo grandissimo ospedale psichiatrico, costituito come una cittadella di padiglioni immersi nel verde, in cui i pazienti circolano con una certa libertà. Quando Camille fu internata molti pensarono che fosse morta, talmente la sua famiglia si premurò di cancellarne ogni traccia. Un giorno una donna delle pulizie dell’ospedale psichiatrico, intenerita dall’isolamento in cui Camille era tenuta, le consegno alcune lettere sequestrate dalla direzione su indicazione della madre. Ma quando quest’ultima lo scoprì fece licenziare l’inserviente. Qualcuno disse che si trattò di un internamento abusivo, quasi un sequestro E, se non lo fu, perché Camille restò lì dentro così a lungo?

(Continua…)

Riflessioni Brevi

Ettore ed io ci siamo conosciuti, diversi anni fa, a un binario della stazione di Peschiera. Qualche ora prima che io arrivassi era entrato in giardino e si era incollato alle gambe di Enrico il quale, aprendo la portiera dell’auto per venirmi a prendere, inaspettatamente aveva visto Ettore salire su velocemente, come fosse la cosa più ovvia del mondo. Al binario Ettore mi attendeva, signorilmente eretto, molto vicino al fianco di Enrico, scrutando con intensità il treno e i passeggeri che discendevano, proprio come fa un cane che aspetta qualcuno che conosce bene e che è impaziente di rincontrare. Appena mi vede -o meglio appena capisce che è me che si sta aspettando – prende a scodinzolare e a venirmi incontro facendomi un sacco di feste, come se la scena si fosse già ripetuta chissà quante volte. 
Così era Ettore

Ettore, affascinante e sensibile, ha lasciato nel mondo un sacco di figli. All’inizio della sua lunga vita essi furono perlopiù concepiti con un’altra Weimaraner di razza. Ma questo prima che ci incontrasse e prima del suo annus horribilis di randagismo che ebbe fine quando entrò nel nostro giardino e s’incollò alle gambe di Enrico. (continua…)

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Marie Bonaparte scrisse “Topsy. Le ragioni di un amore”, pubblicato Italia da Bollati Boringhieri, un lungo racconto molto apprezzato da Freud, al punto da tradurlo, in cui l’allieva – e ormai amica – Marie Bonaparte racconta del tipo di amore che lega un uomo al suo cane. Precisamente lei dice che un cane offre “il riposo dall’umano”, lontano cioè da “quegli atteggiamenti tipici dell’uomo, per cui si ama mentre si è ostili”. In effetti, l’amore che offre un cane sembra essere piuttosto lontano dalla consueta ambivalenza delle relazioni tra umani.
Tutto ciò tenendo presente quanto la parte conflittuale implicata nella relazione tra uomini sia preziosa, quanto meno per quell’esercizio di tolleranza e di moderazione delle pretese narcisistiche a cui obbliga e che ci fa umani. La vera tragedia è quando pensiamo che tra umani ci possa essere quella semplicità priva di note oppositive che si ha con un animale. Perciò sono piuttosto preoccupata dal fatto che le persone ricerchino questo tipo di rapporto nella coppia, ad esempio, cosa che si rivela del tutto impossibile, se non per qualche idilliaco momento, che pure esiste ed è fonte di gioia. È la gestione dell’ambivalenza che fatichiamo ad esercitare. Allora interroga se un cane è il sostituto di un rapporto senza conflitti (ma ogni tanto anche un animale punta i piedi – cioè le zampe- per quanto generalmente senza conseguenze). 
Non si può pretendere che non ci siano asprezze tra umani, tra genitori e figli, ad esempio. Ci sono genitori che vorrebbero un rapporto privo di ambivalenze e confitti con figli che crescono. È questo che ha preso troppo la mano, oggi. In questo caso, si vorrebbero dei figli fedeli come cani.

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Le foto sono le mie, dei posti che amo, nei momenti che amo….
La radio è Radio Senti Chi Parla
La bella voce dell’intervistatrice è quella di Stefania Friso

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